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Spazio dedicato agli amici di Bistrot
il silenzio
Il Silenzio
E’ il primo giorno di un’estate che si preannuncia torrida.
Il sole riscalda la città sotto il suo manto cocente. In lontananza, un crepitio di foglie secche.Vago lento per la casa, alla ricerca di un angolo fresco, inaccessibile ai raggi del sole.
Il sudore mi incolla i vestiti sulla pelle. Tutto è silenzio intorno a me.
Una strana irrequietezza mi porta a vagare, come un sonnambulo, per la casa.
Gli occhi persi nel vuoto, sono assorto in pensieri malinconici e nostalgici di un passato vissuto o forse di un vissuto sognato. Ho la sensazione di essere immobile, che ogni mia azione non sia andata mai oltre il mio naso.
Avverto un’ insoddisfazione non ben definita, forse dovuta ad un’evidente disparità tra la velocità d’azione del mio mondo di pensieri ed il mio corpo immobile, pigro, quasi insensibile ad ogni richiamo cerebrale.
La mia testa sopraffatta da pensieri contraddittori, il mio corpo spossato da tanto calore. Avverto, come in un coro crescente, una grande voglia di sperimentare, di vivere sulla mia pelle quanto la vita mi riserva.
Il mio mondo ovattato, fatto di certezze illusorie e di punti fermi inizia a vacillare e si scioglie nel mare di sudore che mi bagna il corpo.
Vivo a Napoli e sono alla continua ricerca di lavori saltuari che mi permettano di pagare gli studi universitari. Ho un’ idea poco concreta del mondo del lavoro ed una buona dose di presunzione che mi porta a pensare di avere mille teorie applicabili alle molteplici cose della vita.
Per la prima volta, nella mia vita, avverto con forza il bisogno di una svolta, di cercare una mia direzione. Attendo impaziente l’arrivo di una scossa che allevi il torpore che mi avvolge, dilati l’orizzonte delle mie mire, mi permetta di intravedere e definire meglio i reali interessi che muovono la mia curiosità.
Il gran caldo svuota la città. Tante partenze, file chilometriche di macchine sfilano sulle autostrade.
Ho pochi soldi per seguire i miei amici in vacanza. Accetto così l’ospitalità di mia sorella che vive in una cittadina del nord Italia .
Un grande entusiasmo mi accompagna durante il viaggio.
Ho una grande voglia di mettere ordine nei miei pensieri.
Trascorsa una settimana dall’abbraccio con mia sorella, accetto di lavorare come cameriere in un Ristorante del posto.
Mi viene offerto un lavoro apparentemente semplice da svolgere che mi permette di guadagnare dei soldi e mi pone a contatto con tanta gente.
Il Ristorante diventa ben presto, per me, una magnifica vetrina.
Sono incuriosito dalle persone, di qualunque religione o estrazione sociale esse siano. Ho sempre pensato che tutti possano imparare da tutti.
Se affiniamo la nostra capacità di osservazione, ciascuno, anche solo indirettamente, può essere fonte di stimoli utili per la nostra crescita.
Osservo la gestualità, i pensieri, i gusti della gente e con essi mi confronto.
Mi trovo a vivere, inaspettatamente, una stagione della mia vita ricca di esperienze nuove. Di fronte a me un nuovo scenario; la fatica del lavoro; una quotidianità nuova; le giornate che passano, scandite da un ritmo nuovo.
Un grande senso di libertà mi pervade. Mi sento alla fine di un tunnel buio e soporifero, di fronte a me uno spiraglio luminoso.
L’estate volge al termine e sono colto da un improvviso smarrimento.
Il ritorno a Napoli mi spaventa. Le esperienze estive mi hanno posto di fronte a nuove questioni: l’indipendenza economica, la responsabilità, la famiglia.
Ritorno a Napoli e con grande fatica, giorno dopo giorno, ristabilisco un mio contatto con la grande città, con tanti rumori e con la folla di persone in movimento per le strade. Riprendo i miei studi e ripenso continuamente all’estate vissuta che i giorni, i mesi, allontanano nel tempo.
Di notte, quando tutto tace, non un sussurro, non un suono, mi abbandono ai ricordi che lentamente mi conducono in un sonno profondo, dove ogni pensiero cosciente sembra spegnersi in un abisso silente.
Passano mesi e le giornate sono tessute dalla ripetizione di una quotidianità tracciata, immobile. Dentro di me lentamente si riaffaccia l’irrequietezza di un tempo. Forse una mia incapacità di vivere e comprendere il subbuglio che agita il mio mondo interiore, mi porta a cercare continuamente un cambiamento all’esterno, mi porta a sognare paesaggi nuovi e sconfinati e ad intravedere la soluzione a tanto tedio in avventurosi viaggi di un pellegrino viaggiatore.
Senza troppi ragionamenti, spinto forse da un desiderio puerile del momento o dall’illusione di sentirmi meno “granello di sabbia” in una cittadina piccola, più a misura d’uomo, trasferisco la mia vita e i miei studi a Novara.
La sera lavoro come cameriere e dedico la mattina allo studio della Fisica.
Lo studio mi stimola e crea un ponte virtuale tra il mio mondo etereo, fatto di sogni evanescenti e la cinica concretezza della quotidianità .
E’ passato un anno dal mio trasferimento a Novara.
Ho una mia casa in affitto e mi trovo per la prima volta nella mia vita a prendere atto di tutte le responsabilità che la mia scelta ha comportato.
Tutto ciò non mi spaventa, mi stimola, mi da’ la possibilità, forse, di varcare la soglia dell’adolescenza. L’entusiasmo iniziale del pellegrino viaggiatore e’ ormai soppiantato dal rigore, utile alleato nel progetto di conciliazione di studio e lavoro.
La curiosità per la gente si spoglia della sua veste avventurosa e l’osservazione, forse, diventa più obiettiva e meno romantica.
Il lavoro procede da solo. Il mio operato si limita ad una serie di meccanismi. Non ho più bisogno di pensare a cosa fare, come muovermi, come organizzare il lavoro. Tutto e’ ben programmato in uno dei tanti file del mio cervello.
La notte, lontano dal Ristorante, diventa preziosa per me.
Quando tutto intorno dorme, mi abbandono nella profondità del silenzio, l’udito si ristabilisce dopo tanto frastuono. Passo un po’ di tempo alla finestra, fumo la mia ultima sigaretta e mi godo la pace che si espande per le strade.
L’arrivo della luce annuncia un nuovo giorno carico di impegni: lo studio, le faccende domestiche, l’arrivo della sera, il lavoro.
Bicchieri che si infrangono, uomini e donne discutono animatamente,
rivendicando il diritto di precedenza; piatti fumanti affollano la cucina in attesa di essere serviti. Un miscuglio di suoni eterogenei si diffonde in una paradossale armonia. L’ultimo bicchiere e’ stato pulito, tutti i piatti sono in ordine, si spengono le luci.
I dieci minuti di strada che faccio in macchina ,ogni notte ,per tornare a casa, sono sempre stati i miei preferiti. L’aria fresca della notte mi pervade il corpo e sembra rigenerare ogni sua cellula. Ogni muscolo lentamente si distende. Pochi lampioni illuminano la strada. Guardo davanti a me come assorto in un sonno ipnotico. Non mi preoccupo di ricordare dove svoltare, la mia macchina sembra sappia perfettamente dove condurmi.
Fuori di me tutto tace. Un profondo letargo sembra essersi abbattuto sulla città.
Un grande silenzio al quale non riesco, per la prima volta, ad abbandonarmi. Un silenzio rotto da un rumore di sottofondo.
Non capisco da dove provenga. Cosa irrompe con forza, insinuandosi tra tanta pace?
Mi accorgo che è il rumore dei miei pensieri a cui non prestavo attenzione. Nella mia testa un vortice di pensieri non pensati.
Osservo un fiume logorroico di pensieri che segue una sua direzione; non ci sono sponde, solo pensieri. Non capisco quale fonte li abbia generati.
Osservo un fiume in piena che non riesco ad arginare.
Si affollano, si generano, si associano l’uno all’altro, si proiettano sullo schermo della coscienza.
Assisto alla proiezione di un film di cui non sono il regista.
Mi sento un burattino senza fili, spodestato dal ruolo di essere pensante, di fonte primaria generatrice. Pongo, per la prima volta nella mia vita, l’attenzione su un evento per me veramente insolito che mette in discussione il mio concetto preconfezionato di io pensante.
Chi pensa per me?
Il mio cervello sembra funzionare come un computer che non so adoperare, non conosco il file d’uscita. I pensieri stridono nella mia testa creando un baccano tale da sopraffare la pace che e’ fuori di me.
Mi dico allora che il silenzio e’ altrove.
L’accesso ad una forma di silenzio più profonda risiede forse nella capacità di gestire la propria “macchina”?
Posso immaginare di avere il controllo su ogni cosa. Posso immaginare che tutto dipenda da me e perdermi in pensieri trascendentali del tipo: “ Esiste un destino per ciascuno; Il destino lo costruiamo noi…..”.
Non posso però sottrarmi a quella che mi appare una verità incontrastata: “Penso e non riesco a smettere di pensare.”
L’atto del pensare è il risultato di un processo chimico fisico.
La manifestazione di un evento esterno o interno a noi, si traduce nella propagazione di un impulso elettrico, attraverso ogni nostra cellula, sotto l’azione di tre forze: Attenzione, Paranoia e Fantasia.
La direzione da seguire è, ovviamente, dettata dalla risultante delle tre forze e dunque dalle differenti intensità delle stesse.
Il passaggio in ogni cellula arricchisce il segnale di informazioni.
In un tempo incalcolabile, molto meno di una frazione di secondo, il segnale raggiunge il cervello. Qui viene amplificato, elaborato, contaminato dai file già presenti, contenitori di idee culturalizzate, per essere infine proiettato sullo schermo della coscienza. Da questo processo risulta un pensare, quasi sempre, alterato dalle molteplici interferenze di natura culturale.
Non è possibile spegnere il computer, se non con la morte.
Posso però ridurre le interferenze, le contaminazioni culturali, educandomi ad un pensare semplice. Tutto ciò necessita di un aggiornamento radicale di me stesso, di ogni “mia” idea; di un procedimento logico che purifichi ogni idea da moralizzazioni o stereotipi culturali.
In tal modo potrei concedermi la possibilità di valutare l’attendibilità di ogni mia idea su un piano logico e meno fideista.
Potrei agire sull’intensità delle tre forze. La Paranoia, da non interpretare con accezione negativa, non è altro che un meccanismo cerebrale associativo, quello che mi consente, per cambiare le marce alla macchina, di schiacciare automaticamente la frizione. Difficile intervenire su tale meccanismo. Intervenire sulla Fantasia mi richiederebbe l’addestramento ad un pensare astratto, compito forse ancora più arduo.
Posso agire sull’Attenzione, imparare a gestirla, compito che richiede impegno e lavoro costante, ma più accessibile rispetto agli altri due. Intensificando l’Attenzione potrei concedere al segnale un cammino meno tortuoso, più rapido, con meno interferenze, in modo da ottenere un pensare più semplice e meno contaminato dalla cultura.
Se riuscissi a scegliere i pensieri da pensare, ad interrompere un meccanismo associativo che li lega insieme; se riuscissi a tessere un nuovo filo associativo tra i pensieri che scelgo di pensare; se riuscissi a penetrare nel reame dell’Attenzione, a gestirla e convogliarla, a mio piacimento, ovunque io desideri, forse riuscirei a ridurre e ad arginare tanto baccano nella mia testa.
Probabilmente riuscirei a ritagliarmi un angolo di pace silenziosa.
Potrei concedermi un’iniziazione ad una forma di silenzio più profonda di ogni assenza di suoni.
Massimiliano Paparo maxwell10@aliceposta.it