Ci sono anch'io |
![]() |
Spazio dedicato agli amici di Bistrot
LA LUNA CAPOVOLTA
Capitolo I
Tutankamon, anche quella mattina in cui c’era versione, non potè fare a meno di fantasticare, eludendo una delle manovre avversarie e finire per compiacersene: “Fermi! Serrate le file!” diceva fra sé e sé: la vo-cazione di grande stratega lo aveva portato a misurare una ventina di metri di brulla campagna, una superficie enorme ma, con lui al centro, agevole da controllare. La sua mente era alle prese con una mirabile avventura, quando strombazzò il naso di Delio con un sonoro starnuto che portò allo scoppio di una fragorosa risata. Volontaria o no che fos-se, l’interruzione di Nikko fu sanzionata dal professor Macchi che as-sestò uno scappellotto al primo che capitò a tiro, provocando un calo di tensione nella mente di Tutankamon.
“ Silenzio!” ripetè Macchi, non tradendo la fama di professore inossi-dabile, tornato a girare tra i banchi. Sabby, meglio conosciuto come l’astrologo, chiese se poteva sostituire il pennino alla sua bella penna d’inchiostro, gli fu permesso in via eccezionale di prelevare l’astuccio d’osso riposto sotto il banco ed ora disteso sul foglio in bianco.
Nell’occhio del ciclone tornò lo scritto di greco. A volte il “bignami”, un santo traduttore, arrivava per esser messo a ferro e a fuoco. Si gio-cava d’anticipo: sotto il banco squadernati autori del calibro di Omero, Esiodo e Teocrito; scomodati poeti come Simonide, Callimaco, Tirteo. Mentre, ad altezza d’uomo, tornava scomodo lo sguardo vigile di un certo prof. Macchi. Le Anabasi? nessuno supponeva un agguato simi-le! A dire che il Pallido c’era andato vicino prendendo Senofonte dal tiretto, non si poteva mai dire! ma a farlo desistere era stata una cartel-la già piena: quel libro pirata sarebbe valso come una confessione, qualora lo avrebbe portato sotto il braccio tutti li occhi degli adulti lo avrebbero notato.
E qui disperazione e tragedia. Le mani bruciavano per quel colpo di coda. Una sfortuna sfigata che portava a mordersi le labbra. Tutanka-mon, dopo i suoi voli pindarici coronati da successo, da gran capo qual era trovò, una volta atterrato, subito da ridire: e così ci guastam-mo la media!
Ora, era diversa l’aria che si respirata in V B. Anche perché quel gior-no non avevano versione in classe. Come tutte le aule del corso, la V B occupava l’ala sinistra dell’edificio scolastico. Si trovavano al se-condo piano. Dopo aver fatto la rampa della scalinata principale, subi-to dopo si doveva attraversare una serie di ambienti costipati e bui, pieni di muri gonfi. Un vero budello infernale dove a volte si annida-vano topi, sorvegliato da don Salvatore, il bidello, vero Caronte arma-to di scopa. Superato il condotto oscuro ( “ per me si va…!” ) si per-correva un corridoio sul quale si affacciavano queste classi. Il corri-doio finiva con un’ampia finestra dalla quale, nelle belle giornate, en-trava la luce del sole e si vedeva il cortile interno. L’assenza del traffi-co rumoroso era scontato.
Diversa, si diceva. E grazie alle ragazze. Il loro quoziente intellettuale le aveva elevate alla stregua di concorrenti da telequiz. Nessuno si sa-rebbe arrischiato di metterle alla berlina: Susy brava in Matematica, Adele in Latino, Lory in Greco. Loro creavano il mondo. E loro, an-che sbuffando, avevano il debole di fare le mammine se i maschi di quella classe avevano altro a cui pensare, per meritare quattro allo scritto! Grazie proprio a quei mascalzoni Susy, Adelaide, Loredana si erano sentite più donne. Essi avevano dichiarato guerra ai Rossi, che poi erano i ragazzi della V C. Quanto più si ingrossava la fila dei loro pretendenti, tanto più puntualmente, che bravine! si sentivano di scar-tare le avances di questi: chi? quei ciuchi? si guardavano bene dal mi-schiare la lana con la seta e, pronte a dirne peste e corna, a evitare la sera di uscire con loro.
Erano nate e poi morte anche delle storie fra l’uno e l’altro sesso nella V B, ma più di un rapporto era finito così come cominciato. L’amore non è eterno, soprattutto quando si pensava che lo fosse la vita. Susy aveva rotto con Rino ed ora faceva coppia con Sandro. Beppe filava con Rosella, ma appena da due giorni durava la loro avventura. Al di là dei legami fluttuanti, a dire il vero il gruppo era abbastanza compat-to e coeso.
La campanella mise fine alla mattinata scolastica. Frotte di ragazzi si riversarono dai piani dell’edificio noto come il santuario del silenzio. Apparve il preside, nessuno mancò si ricomporsi con lui piantato co-me un vigile che imponeva sia la fila che il saluto. Il deflusso ora ral-lentava, qualcuno faceva a meno di allacciare uno spontaneo abbrac-cio: “ Calma, ragazzi. Prima le ragazze!” Era chiedere troppo, preten-dere la palma di capo con la C maiuscola proprio quando non si pote-va.
Capitolo II
“ Permesso!” urlò Sasà, inchiodandolo alla porta.
“ Che gli viene a quello?!” blaterò Pico, rivolgendosi a Pillola ancora più in dietro. Costui si attardava a chiudere la cartella. Lo sforzo pro-fuso e l’attenzione, un assalto alla fibbia di metallo, non gli avevano dato il modo di notare con quanta animosità Sasà lasciava l’aula.
“ Chi?!” rispose Pillala, che confermava ancora una volta di essere stato preso alla sprovvista.
Al solito, erano gli ultimi quando si trattava di lasciare l’aula. L’attardarsi di Pillola era cronico, mettendo a dura prova la pazienza dell’altro: “ Sei proprio una lumaca. Insomma, ti muovi?!!” Pico inveì con la solita, bonaria stizza di rabbia.
Pillola allungò il passo per raggiungere Pico, l’amico del cuore, che lo precedeva in cima alla scalinata. Era don Salvatore, il bidello, a far capolino in classe con quel suo inconfondibile: “ Prepararsi: è ora!” Il professore, consegnandogli il registro, permetteva allora agli alunni di riporre libri e quaderni. Mancava proprio don Salvatore da alcuni giorni, i bidelli del piano si alternavano egregiamente nel sostituirlo in tutto e per tutto, eccetto in quella che era una vera e propria sua ceri-monia.
C’era già stata una nota di disaccordo con Sasà, una mezza provoca-zione che a Pico era passata di mente. Il gelo ostentato da Sasà veniva giusto a ricordaglielo: “ Per tenermi il broncio, vuol dire che non ha digerito la decisione di tenerlo fuori!” il ragazzo pensò una volta rag-giunto il cancello dove li aspettava il custode con le chiavi. I due per-corsero un tratto comune di strada, poi si salutarono dandosi appunta-mento per il pomeriggio.
Nel campo dei Verdi, uno spazio che finiva sotto il cavalcavia della tangenziale, nel primo pomeriggio fu ufficializzata la dichiarazione di guerra con un discorso, del tipo strizza e asciuga, del capitano: “ Siete pronti a vendere cara la pelle? a versare fino all’ultima goccia di san-gue?” Parole schiette che da sole recavano gioia e travaglio nell’ora fatidica.
Eucalipto e Caccasenno sgranarono gli occhi. Alla laconicità di Pico, per dire la verità, avrebbero preferito una dolcissima musica e crogio-larsi ai raggi caldi del sole primaverile, invece di tutti quei preparativi che avrebbero portato chissà dove.
Caccasenno, con perfetto distacco, si sentiva tirato dentro a quella sto-ria contro la sua volontà. Masticava un chewingam quando lo colpì una pietra. A scagliarla era stato un certo Sandokan, a ridosso di un pi-lone di cemento. Il sole, che sembrava Zeus il dio greco che scaglia saette, faceva capolino ogni tanto dal cielo. I fulmini in questione, na-turalmente, erano le pietre lanciate da Sandokan.
“ Maledizione!” Caccasenno si sentì rimescolare il sangue, disse: “ Invece di nasconderti, fatti avanti!” e avanzò di un passo, scoprendosi. Immediatamente Eucalipto lo afferrò per un lembo della maglietta, re-darguendo: “ Vuoi fare il loro gioco?”
“ Soffoco!” l’altro rispose, mentre le braccia vennero risucchiate nel vuoto. Divenne paonazzo, le orecchie gli fischiavano: “ Lasciami!” si ribellò come un cane al guinzaglio.
Quando sentì allentare la presa, rimarcò: “ Non provarci, né ora né mai!” Raggiunta una postazione, si distese a terra e, proiettili in canna, armato di cerbottana, si riempì la bocca.
Presa la mira, fece partire una pioggia di colpi che impallinò Nikko. Questi, preso di striscio, trovò subito il modo di farsi scudo con le mani e prodursi in una forsennata corsa a riparo di un cespuglio. San-dokan restò allora sguarnito con le braccia in parallelo. Caccasenno preparò di nuovo la carica, e diede il via ad un secondo attacco. “ Che inferno è questo!” gridò il malcapitato, cacciando gli occhi letteral-mente nel terreno. E qui cominciò il supplizio di Sandokan: fu investi-to da una così violenta raffica di colpi da credere che fosse in prossi-mità di un vulcano in eruzione. Quando i suoi fianchi furono stanchi di torcersi, sollevò il mento. Il suo sguardo incontrò quello di Nikko che, dal suo riparo, aveva seguito gli eventi con grande trepidazione: “ Tieni duro. Ad un mio segnale raggiungimi!” Le sue parole dovettero fermarsi di fronte ad un altro nubifragio che si abbattè più centralmen-te.
Capitolo III
Delio il mattino seguente attese Proserpina sullo scalone. Appena lo vide, lo mise al corrente delle manovre del pomeriggio: “ Per saperne di più ci sarà Tutankamon ad aspettare Pico davanti ai laboratori!”
Proserpina era salito a bella posta, a rastrellar notizie per informare chi di dovere, assentì a quanto aveva detto Delio e con fare circospetto cambiò passo per ridiscendere a due a due i gradini. Il timore di do-ver rendere conto della sua presenza ad uno dei bidelli del piano non suo gli faceva mettere le ali ai piedi ora che era messaggero di notizie importanti. Attraversò il corridoio che gli apparteneva e si ficcò nei bagni, per uscirne subito dopo come d’accordo.
Pico finse di sentirsi male per poter uscire, inutili le insistenze del pro-fessore affinchè il bidello lo accompagnasse. Un intruso, infatti, a-vrebbe creato problemi insormontabili.
Il punto di incontro si rivelò un inganno. L’istinto portò Pico a credere a una mossa astuta di Tutankamon: il nemico lo aspettava al di là della presidenza pretendendo che anche lui si cacciasse nella fossa dei leoni nel minor tempo possibile.
A reggergli la candela, questo mai! d’altronde si trattava d’onore, e questo il capitano lo sapeva per non sottrarsi dall’andarci dal momento che si pretendeva da lui di dar prova di coraggio e non venir meno all’appuntamento.
Tutankamon era passato di lì: su uno dei termosifoni, davanti allo sga-buzzino dei bidelli, qualcuno aveva lasciato la bandiera dei Rossi. Campeggiava la scritta “ Veniamo a prenderla alle tre dopopranzo: fatela sventolare, altrimenti saremo noi a farlo!” Pico divenne pen-soso: “ E sia: tutto è rimandato ad oggi pomeriggio!”
All’ora stabilita, la battaglia divampò con una violenza inaudita. Sgambetti, smanacciate, magliette gettate qua e là, qualcuno a dorso nudo. I corpo a corpo si contarono come le ciliegie sugli alberi. Nelle prime file caddero, poi si rialzarono diecine di eroi pronti a far cadere a loro volta gli avversari.
Quella volta furono i Rossi ad essere sopraffatti, abbandonando non onorevolmente il campo di battaglia fuggendo. L’onta fu tale che i Verdi presero la decisione di inseguire i pochi superstiti e costringerli ad adoperarsi per una più onorabile resa. Si diedero a setacciare metro su metro la ritirata nemica. Il sole aveva reso la loro marcia lenta, fa-cendoli procedere a tappe forzate e in ordine sparso.
Dopo una mezz’ora arrivarono ad uno spiazzale prospiciente la tan-genziale. Senza accorgersene, il drappello degli inseguitori aveva messo piede nel territorio di nessuno, e resa possibile una conquista questa volta senza colpo ferire. A parlare fu il capitano: “ Ecco un ter-ritorio che mi piace!” sedette, baciando terra. Dopo aver interrogato i suoi se valeva più fermarsi o continuare la caccia ai Rossi superstiti, ravvisata la prima risposta quella affermativa, fece issare una tenda e, poiché si era fatto tardi, raccomandò al suo attendente, in questo caso Pillola, di rientrare con le parole: “ Va tu! e conduci con te gli altri! Perché raccontiate quanto visto. Io resto!”
Pillola, senza contraddire il suo superiore, ordinò ai Verdi di fare retro front ed incalzò: “ Un due, un due: avanti march!”
Rimasto solo, Pico si munì di block notes e matita, e cominciò a scri-vere. Si avvertivano rumori ai quali non diede peso, ritenendo che essi dovessero rientrare nel ritmo della foresta. Ma uno in particolare di-venne sempre più martellante. Le foglie degli alberi ondeggiavano e strani scricchiolii provenivano dai tronchi come se la terra tremasse. I rami di un pero selvatico si piegarono e apparvero nei suoi spazi la-sciati aperti volti profondamente segnati dall’odio. Le foglie si ricom-posero e quanto era emerso dal fogliame se ne andò alla chetichella.
Pico si drizzò e lanciò gli appunti in aria. Tuttavia, cercò di raccoglier-li tutti da terra, e sguainò la spada.
Si diresse verso un albero e cominciò a scuotere il fogliame. Migliaia di foglie caddero dai rami, poi dall’albero scese un ragazzo longilineo con gli occhi accesi come tizzoni ardenti che si diresse contro Pico con i pugni alzati. Non era armato, per cui Pico gettò lontano la spada e gli disse:
“ Affrontiamoci alla pari!”
“ Allora, non perdiamo tempo!” gli fu risposto.
Il nuovo venuto ansimava come un ghepardo sicuro di sé. Indossava una maglia a strisce con le maniche corte infilata nei pantaloni. Una doppia cinta di cuoio reggeva i calzoni alti e lunghi come una tunica. Dalle tasche a forma di sacche si distinguevano qua una funicella, là uno scheletro in miniatura assicurato ad una sottile catena di ferro che il ragazzo portava come un portafortuna.
Il suo nome era Stefano. La madre, nel momento in cui lo aveva mes-so al mondo, era stata presa da nuove doglie dando alla luce anche Isi-doro. Tutta qui la magia. I due, crescendo, avevano sempre fatto a bot-te tra loro perchè tanto simili ma discordi. Infatti si somigliavano co-me due gocce d’acqua eppure il loro carattere era assai divergente. Quando furono più grandi, venne fuori il loro sentimento fraterno che li legò per la vita e per la morte.
“ Hai letto il manuale del Perfetto Yoga?” chiese Pico, avviandosi do-ve lo spazio si allargava permettendo maggior manovra per l’incontro.
“ Certo!” rispose Stefano, con la coda dell’occhio aspettò un segno convenuto dall’albero.
Pico tenne alta la guardia. Il suo atteggiamento vincente fu ribadito dal fatto di reggersi saldo sulle ginocchia, senza abbassare la guardia.
Stefano diede segni di impazienza, bastò incassare il colpo di grazia per trovarsi in balia del più fresco Pico pronto a chiudere l’incontro.
Ad un cenno di Stefano, come un falco Isidoro piombò alle spalle di Pico costringendolo alle corde con un calcio agli stinchi lasciando l’avversario nella impossibile di una qualunque replica.
Stefano tornò al volto infierendo con un destro ben piazzato, Pico pie-gò le ginocchia per accasciarsi.
“ Missione compiuta!” si sentì fendere nell’aria.
Qualcuno presagendo il peggio dopo quanto era successo propose di abbandonare Pico in quello stato. Stefano ed Isidoro furono d’accordo, la loro attenzione si volse all’albero da dove una frotta di ragazzi scendeva:
“ Ha avuto quello che si meritava!” convennero tutti, gettando uno sguardo al suolo. La masnada rinserrò le file, lasciando nella polvere qualcuno che sembrava morto.
Capitolo IV
Il biglietto, recapitato in classe da Pillola, finì il suo lungo viaggio nel-le mani di Pico. Il volto del ragazzo aveva ripreso colorito, gli occhi si erano accesi d’incanto: i Rossi della V C mandavano a dire che nel pomeriggio ci sarebbe stata battaglia!
La restante mattinata fu un continuo passaparola e un rincarar la dose di esercizi da parte del professore Corradini che dovette in questo mo-do arginare il chiasso. Le due ore di supplenza vennero come la man-na dal cielo, trasformando la scolaresca in una polveriera di nuove i-dee.
Nelle prime ore del pomeriggio tutti si trovarono al posto convenuto. Pico prese la parola: “ I Rossi proveranno a sfondare nel punto che ora indicherò!” e mise l’indice al centro della mappa: “ Se li affrontiamo tutti assieme, il gioco è fatto. È qua che si decide la nostra sorte!” Un urrà dei Verdi accompagnò la decisione appena presa.
“ Non vi disperdete. Statemi vicini!” fece con voce stentorea, cercan-do di mettere ordine nel campo. Tornò a contarli, poi chiamò a raccol-ta quelli che avrebbero costituito la seconda linea: “ A me! Datemi a-scolto… assalterete il nemico qualora ce ne fosse bisogno. Attenzione, sin dalle prime battute vi voglio già pronti”. Fece segno a Pillola che li comandasse lui. Intanto guardava l’ora sul cronometro da polso che, per l’occasione, si era fatto imprestare dal babbo.
L’ora fatidica stava per scoccare, quando la netta percezione di imba-razzo, di ingombro e quel senso di strangolamento che si prova ad in-gerire una pietanza avvelenata sopraffece Pico.
Una smorfia di dolore apparve sul volto del capitano mentre la grande avventura stava per iniziare: qualcuno si preoccupò di portarlo lontano dal campo di battaglia quando i Rossi cominciarono ad avanzare e, le-stamente, ad entrare nei luoghi della mappa.
Guadagnò la via di casa, come una foglia sollevata dal ciglio della strada e a sbalzi sbattuta qua e là con il peduncolo ancora volto verso l’albero.
Impiegò una abbondante mezz’ora per percorrere pochi metri, quasi avesse bisogno di esaminare se era il dolore a preoccuparlo o se fosse più facile sbarazzarsi di tanto rumore, del sole, della trincea, interrom-pendo un pensiero partito molto prima ma mai arrivato a destinazione. Quante volte aveva fatto la stessa strada correndo, scavalcando sassi e dirupi con la prontezza di un daino, spartendo l’aria nel prendere la di-scesa a briglie sciolte. Una volta la gran fretta gli aveva fatto fare un ruzzolone da lassù, finendo a valle senza neppure un graffio: solo la ramanzina del babbo: “ Come puoi presentarti in questo stato?!”, di uno sbigottito genitore preoccupato del vestito della domenica.
Rasentò l’uscio, la casa era piena di voci. Sulle prime pensò di aspet-tare, poi decise diversamente: la presenza di estranei, il laboratorio del babbo era sempre pieno di ospiti, diventava la migliore opportunità per eludere i suoi! Si diede una ripulita e superò la vetrata, percorse il corridoio e, alla presenza della madre, sfoggiò un ampio sorriso e un caloroso saluto.
A cena, onorò la tavola ma avrebbe preferibilmente nascosto il naso sotto il piatto. Tirò un respiro di sollievo prima di mettersi a letto, an-che se sapeva che non avrebbe chiuso occhio. Poi ricordò drammati-camente che sul tardi veniva a rimboccargli le lenzuola sua madre, e il mondo gli cadde addosso.
Ma una volta che la maniglia cedette sotto il peso della mano, si sentì nuovamente sicuro. Per sicurezza fece compiere alla chiave mezzo giro all’interno, all’indomani si sarebbe giustificato con i suoi inven-tando una santa bugia. Con estrema cautela la chiave ruotò nella top-pa, e l’uscio fu chiuso alle spalle a doppia mandata.
Attraverso la tenda la luna, in tutto il suo splendore, rotolò a capo del letto, qua e là con la forma, la linea, le sue sfumature. Un foglio pog-giava sul comodino, preparato anzitempo con la punta del trincetto e lasciato lì. Ad uno sguardo d’insieme presentava evoluzioni con il la-pis. Uno strano fiore balzò in primo piano, rivelando la tecnica quasi scultorea di far sul fondo bianco scarabocchi col carboncino fino a che prendeva spessore una immagine in negativo agli angoli del foglio.
Il disordine della camera faceva da padrone. Pico pensò dapprima al suicidio, poi si coricò. Tentò disperatamente di prendere sonno ma si girò e rigirò tra le lenzuola. Restò con gli occhi sbarrati per una buona mezz’ora, vagando nel vuoto della stanza. Lo sguardo cadde alla fine sul paletto dietro la porta e subito dopo fece strada in lui il pensiero di togliere la chiave e nasconderla, non prima di averla rigirata nella top-pa. Si alzò dal letto tutto sudato e corse all’uscio, facendo quanto ave-va in animo di fare. D’improvviso, come su uno schermo gigante, ap-parvero Stefano e Isidoro. Lo spavento lo sbatté indietro. Frettolosa-mente guadagnò il letto, si rannicchiò sotto le lenzuola. “ Voi! Ancora voi!” gridò e le immagini statiche, senza fretta né voglia di nasconder-si cominciarono a prendere possesso di lui.
Ai piedi del letto c’era sua madre, quando Pico levò la testa dal cusci-no in un bagno di sudore. Suo padre sorrideva dall’alto della porta, fumando una jubek:
“ Che ore sono?” chiese il ragazzo.
“ Sono suonate le undici!” rispose sua madre, rammentando che l’orologio a pendolo del salotto aveva rintoccato un silenzioso tardo mattino.
Il ragazzo era stupito dell’ora tarda.
“ Perché mi guardate con tanta meraviglia?”
“ Ti sei lamentato continuamente stanotte, solo verso le cinque hai preso sonno!” fu la risposta.
“ Non ricordo!” confessò il giovane, dopo un infruttuoso sforzo di memoria. “ Ho fame!”
La donna si allontanò verso la cucina, passando accanto al marito, a cui tenne il braccio contenta.
Avuta la consegna, l’altro si mosse da sotto l’arco della porta e si av-vicinò al capezzale del figlio.
“ Papà, getta la sigaretta!” chiese Pico, indirizzando il suo sguardo ol-tre la finestra. Il genitore ubbidì, approfittando di una ceneriera posta sul davanzale. Guardò fuori: era piovuto, sui vetri c’erano ancora delle goccioline di pioggia:
“ Non potrò andare nei campi a giocare!” Pico tirò un penoso sospiro:
“ Non mi sembra opportuno, capitano!” l’altro annuì, aggiungendo: “ E non avrai modo di preparare il piano d’attacco!”
Pico corresse: “ Lo avevamo, e la vittoria in pugno! Non dovevo la-sciare i compagni. Essi mi rimprovereranno di essere la causa di una cocente sconfitta. Mi presenterò dinnanzi a loro e darò le dimissioni da capitano, ecco cosa farò!”
Tentò di alzarsi, ma le gambe non lo reggevano.
“ Cosa fai?” le braccia dell’altro si tesero pronte a soccorrerlo: “ Si rimette a piovere!” Pico volse lo sguardo verso la finestra e constatò che le parole di suo padre erano spesse quanto il muro del davanzale. Sui vetri attecchivano come ventose delle minuscole bolle sfiorate dal vento. Il cielo era tornato a chiudersi, oscurando il sole.
“ Babbo, tienimi stretto!” implorò Pico: “ Ho paura!”
Suo padre, poi il letto, ancor più la stanza ripararono il giovane capi-tano dal diluviare, dal cattivo tempo. Persino le grandi pareti dell’edificio scolastico si bagnarono al ritmo di un sincopato rosa ro-sae.
Capitoli V
Ogni lunedì alla terza ora il professor Manzella diceva: “ Prendete il de bello gallico!” La scolaresca allora si sentiva assalita dal desiderio di passare il limes. Ora era in guerra con Vercingetorige, ora con un altro dei barbari. L’assalto si modificava in una sassaiola, in una gara per stanare uova di lucertole, e le centurie romane sparivano, perché spariva il Reno.
Però, bisogna ammetterlo, quando Giulio Cesare sotto le spoglie del professore Manzella entrava in classe, i poveri alunni della V B non avevano più diritto di circolare per i corridoi. Il tiranno indossava la corazza e … interrogava.
“ Signorino Gimondi, legga a pagina ventiquattro!” e lui cominciava in fondo all’aula.
“ Cum pabuli copia esse inciperet, Caesar ad exercitum venit.”
Il professore richiamò Pedrina: “ Silenzio, sempre a parlare con i compagni!” Poi, si rivolse all’interrogato: “ Qual è la regola che viene applicata?”
Il povero Gimondi non si sentiva preparato, fece la sua solita figurac-cia:
“ E così la risposta restò in fondo al pozzo!” rise il gran Caesar: “ Gi-mondi, quattro! Signorina Adelaide…(lo sguardo del professore si il-luminò di gioia): Serpanti, dica lei!”
Interrogata la prima della classe, tutto per la delizia del magistrorum! Perchè anche carina: un tipo castano slanciato, con le spalle da bam-bolina! era spesso l’oggetto di invidia dello staff femminile. Ma Ade-laide non aveva amici, solo gelosie.
La ragazza nutriva sentimenti sinceri per quell’imbronciato di Gimon-di, noto per una eredità ricevuta da uno dei nonni: se non era una cima a scuola, l’interesse era tutto per le erbe medicamentose da cui traeva pozioni magiche da applicare su ferite e slogature.
Nonno Eumeo aveva preteso che suo nipote si chiamasse come lui, poi se lo era portato dietro nei campi e gli aveva insegnato due cose: la vi-ta da pastore e la farmacologia.
Adelaide aveva preso una cotta per il ragazzo e costui, che ora sapete chiamarsi Eumeo come il nonno pastore, aveva la testa più ai campi vicino casa sua che ai commentari romani.
Un pomeriggio i tre ragazzi della trincea si recarono nello spiazzo er-boso dove Eumeo portava le sue capre, dopo aver chiesto indicazioni ad Adelaide.
Fu Pillola a spiegare la ragione che li aveva condotti al capanno. Tutto grondante di sudore si aprì uno spazio fra Caccasenno ed Eucalipto e mostrò ad Eumeo la foto di classe di quell’anno scattata la settimana prima con i professori e il preside:
“ Per me?” chiese meravigliato Eumeo che già da tempo aveva rinun-ciato alla frequenza sentendosi condannato alla ripetenza.
La tolse letteralmente dalle mani di Pillola e la guardò con estrema at-tenzione. Al centro dell’istantanea risaltava il gruppo delle ragazze, per l’occasione vicine al preside: tutte timorose di essere, per questo, giudicate di parte.
Poi però si schiarì la voce per spiegare la vera ragione che aveva con-dotto lui e gli altri fino a quel campo:
“ Siamo saliti fin quassù, ai Camaldoli, per chiederti di venire con noi e curare un ferito”.
“ Mi chiedete troppo” rispose Eumeo, riponendo la foto nelle mani di Pillola.
“ No, tienitela: è tua. Se guardi nella foto, vedrai che oltre te c’è un al-tro assente: guarda!”
Il ragazzo tornò a guardare la fotografia e notò davvero che mancava qualcun altro, oltre naturalmente lui! Si volse agli altri due che aveva-no fatto da scorta al graduato Pillola e allargò le braccia:
“ Volete il mio aiuto, ma le mie capre, chi le guarderà!?”
“ Ci sono io!” rispose Caccasenno, fattosi avanti con spavalderia.
“ Tu?” ripetè Eumeo: le bestie si abituano all’odore della pelle!”
“ Lasciami provare, aggiunse Caccasenno: non scapperanno di certo con me!”
Eumeo si preparò per scendere all’Arenella: prese la borsa, poi spese qualche parola per rassicurare il suo cane.
Si chinò davanti alla bestia e cominciò: “ Sei solo un cane. Ma hai un buon fiuto, ne hai da vendere! Quello, e indicò Caccasenno: non me la conta giusta, copia i compiti come facevo io! Tienilo, dunque, a bada fino al mio ritorno!”
Il cane aguzzò le orecchie e abbaiò come avesse compreso il discorso del ragazzo.
Capitolo VI
Un momento prima che il professore interrompesse la sua spiegazione avevano picchiato alla porta dell’aula, provocando una mezza rivolu-zione in classe. Era il bidello a ritagliare una piccola oasi di disatten-zione con la sua invasione provvidenziale dopo una estenuante mezz’ora di lezione.
L’addetto accompagnò due figure: un uomo sui quarant’anni e un gio-vane dall’aria dimessa; si intrattenne poi a confabulare con il professo-re che, appena lo vide, si era subito allontanato dalla cattedra per rag-giungerlo sotto l’arco della porta.
L’adulto in questione indossava un completo grigio e si mostrava serio alla presenza del docente; il ragazzo che stava al suo fianco aveva il volto e il collo pesti di lividi. Il primo spiegò al professore la situazio-ne che portava lui e suo figlio a interrompere la lezione già comincia-ta: “ Sono il papà di Giuseppe Garofalo: ho accompagnato mio figlio perché sia ammesso a lezione!” La voce, che accompagnava alcuni dei gesti di remissione e di scusa, sembrava mortificata ma era penetrante, e le pareti tutto intorno facevano, come dire, da cassa armonica.
“ Certo! fu la risposta del professore: Ma cosa è successo al ragaz-zo?!” domandò, facendosi portavoce di quello che ognuno voleva sa-pere.
“ Caduto accidentalmente!” la spiegazione era soddisfacente ma il professor Manzella preferì non dare seguito a quella faccenda. Tutti i presenti non vollero incamminarsi nei meandri dell’animo umano ma con un pizzico di follia accettarono Pico e ne condivisero la pena.
Lasciata la mano del genitore, Pico si avviò al banco. Gli occhi di suo padre seguirono trepidanti i passi incerti, lo assicurò con un ok prima d’andar via non senza aver chiesto il permesso, come uno scolaretto, al professore che con tanta pazienza aveva interrotto la lezione.
La classe per tutto quel tempo era rimasta in silenzio. Anche i più di-scoli tacevano, riversando incondizionata ammirazione a chi si rifu-giava dietro un libro aperto, non riuscendo a distoglier gli occhi se non per girar pagina.
Anche Sasà, dopo avergli aperto la porta, guadagnò il suo banco. La voce del professor Manzella tornava a leggere con la scansione: due dattili, un trocheo. Questo era Orazio, e questo era quanto successe dopo il primo giorno di vera battaglia.
Ora, Sasà tornava a girarsi dietro e a guardare il compagno che sem-brava un cane bastonato e cercava di nascondere i segni del nemico ancora vivi sulla pelle. Al primo banco, avrebbe potuto ignorare tutto e godersi la cartina appesa alla parete, dietro la cattedra, che neppure i professori potevano vedere come lui. Non riusciva a frenare il deside-rio di sbirciare il banco fino a poco prima vuoto. Gli parve di sentire un mormorio confuso che ripeteva: “ Sono stati i Rossi!”. Il brusio ar-rivò persino alle orecchie del professore che fece finta di nulla.
Durante la ricreazione Sasà si girò per vedere fino a che punto divam-pava il suo odio ma si accorse che il banco nel quale sedeva Pico era stato letteralmente sommerso dagli altri, impedendogli di scagliare le sue saette.
Alla fin fine, se la sua non era invidia: cos’era? lui, così fantasioso e imprevedibile, era restato con tanto di naso aprendo la porta, vedendo Pico (la serietà in persona!) trasformato in un concentrato di cenci. E come se non bastasse, l’irresponsabile (per il quale lui, Sasà de Giro-lamo! passava) aveva avuto un butto colpo.
Alla quarta ora entrò Spartaco, il bidello, che prelevò Garofalo per ac-compagnarlo in Presidenza. Lì c’era pure il professor Quarotti, in qua-lità di vice. Pico fu interrogato per una buona mezz’ora. Quando tornò in classe, era più preoccupato di prima.
Il mattino seguente fu il turno di Sasà: convocato per la identica ra-gione, come se ci fosse un legame nascosto tra i due. Ne uscì con una nettezza incontrovertibile, non essendoci prova che i due avessero tra-scorso il pomeriggio assieme.
Al capitano venne recapitato un biglietto con scritto in stampatello:
“ TROVATI ALLE UNDICI DIETRO AI BAGNI!”
Siccome egli si sentiva troppo debole per andarci, si tenne consiglio nell’aula di Laboratorio per stabilire chi dovesse al posto suo recarsi all’appuntamento.
Il chiaro tono di minaccia della missiva portò a ripetere le votazioni: se ne andò anche la lezione di Religione e nei bagni, dove erano state poste le urne, si susseguì il via vai dei votanti.
Sasà era infastidito da tutto questo e, se da un lato, l’andarci lui al po-sto di Pico lo spaventava dall’altro lo incuriosiva. Sasà nutriva moti-vati sospetti che ad aspettare la staffetta della V B ci sarebbero stati i gemelli, una valida ragione per decidere!
Più volte fu preso dalla paura. La prima fu quando alla ricreazione si presentarono i Rossi con un atteggiamento di minaccia. Questa sensa-zione fu superata nel momento in cui l’alunno scelto per andare al po-sto di Pico all’appuntamento si convinse che tutto si sarebbe risolto con un nulla di fatto. Una seconda volta accadde in cortile, durante l’ora di Educazione Fisica: Sasà si sentì pervadere da una tale fifa che fece un tempo massimo. L’ultima fu la volta cruciale. Erano da poco suonate le undici, Sasà chiese di uscire. Siccome gli era stato negato il permesso, pensò che per non presentarsi all’appuntamento la scusa era buona. Alcuni minuti dopo, chiese nuovamente di andare fuori e que-sta volta il permesso gli fu accordato.
“ Tu?” chiese uno dei gemelli.
“ Oh, Pico ha molte cose da fare!” dalle parole trapelava la paura ver-so i gemelli, simili a gocce d’acqua cadute simultaneamente.
Sasà sferrò un pugno. La paura andò via e Isidoro, accusato il colpo, barcollò: “ Ora sistemo tuo fratello! Peccato, potevi tenerlo nascosto. Devo ammettere che siete due frane!” e qui un secondo pugno. Sasà stampò sul volto di Stefano il benservito.
Capitolo VII
Il giorno seguente restarono scoperte le due ore del professor Corradi-ni. Il preside supplì la prima facendo regnare in classe severità e disci-plina, con lui dietro la cattedra non volava una mosca e i ragazzi lavo-ravano come matti. Quando il gran capo andò via portò con sè tristez-za e sconforto, avviando i consueti adocchiamenti, le furbesche soffia-te, all’accorgersi che i bidelli si allontanavano dai corridoi come gen-darmi, poi i passi del supplente: don Biagio, l’insegnante di Religione del corso F.
Prima di ogni altra cosa, tutti ne approfittarono per cambiare di posto. Il prete avrebbe chiuso un occhio, trovando la classe disposta in as-sembramenti sparsi. Era il suo concetto di democrazia, emblema che portava gli alunni spesso ad approfittarsene, giungendo il più delle volte sull’orlo dell’anarchia.
Di proposito Pico si era seduto accanto a Sasà e tenuti gli occhi rivolti dalla sua parte. Facendo violenza a se stesso, l’altro sosteneva lo sguardo e di tanto in tanto esaminava la raccolta di francobolli che Armentano aveva voluto mostrargli. Se gli occhi vertevano sull’album filatelico, la mente il cuore e l’orecchio di Sasà s’erano concentrati a ben altro.
Dopo un po’ tirò intenzionalmente un sospiro e sbirciò le mosse dell’altro con la coda dell’occhio.
Quella serie dello Stato del Vaticano doveva valere certamente una fortuna: Armentano gli aveva detto che più piccolo era il formato e più alto il valore da attribuire ad ogni singolo francobollo. Tutti i dentelli erano in ordine, creando una apposita cornice di supporto a ciascuno di essi. I colori, differenti per ognuna delle stampe, erano marcati dal timbro di emissione.
“ Ti ringrazio per aver affrontato, al posto mio, i gemelli!” disse tutto d’un fiato Pico, volendo aggiungere dell’altro ma non trovando la ma-niera di continuare.
“ Di nulla!” rispose Sasà, sforzandosi di guardare la raccolta di fran-cobolli e tornando a fare il duro con Pico.
Molto dopo, Pico dovette assolvere ai suoi doveri di capitano. Un lun-go e tortuoso tragitto per evitare le salite fece spazientire lui che cono-sceva il posto come le sue tasche. Molta strada si era lasciata alle spal-le e si vedeva perso, se la prese con le capre: “ Maledette bestiacce!”
Ora la strada apparteneva alla luna. Il terreno presentava una grande ferita, una eccentrica opera di fortificazione spargeva terra di riporto tutto intorno, alcune spranghe ostruivano il passaggio, un filo spinato e ciuffi d’erba rinnovavano il senso della frontiera. Due ragazzi con pala e piccone, un terzo armato di badile puntellavano alcune tavolac-ce riducendo il dislivello ravvisato. Sporchi e stanchi, erano chi dispo-sto all’apertura della trincea e chi dentro al taglio diagonalmente infer-to. Vietato parlare se non all’occorrenza: frettolosi monosillabi e svo-gliate formule di una bieca gerarchia spartana rompevano il silenzio di un’aria polverosa.
Il grassottello, Eucalipto, rosicchiava ombre larghe quadrate, a destra e a sinistra, scacciando da un territorio di pochi metri quadrati la vita. E mostrava il testone come un fabbro chinato su un incudine. Gli oc-chi del secondo ragazzo, chiamato Caccasenno, sormontavano la zona. Se la prendeva comoda: si soffiava il naso, faceva di proposito toilette quando gli spettava trasportare in superficie il carico e vuotarlo: cosa che aveva puntualmente dimenticato di fare, furbo lui! Egli sfruttava ogni occasione per farla franca e anche quella volta portava il cappello inclinato di quarantacinque gradi, la visiera sul collo per evitare lo schiaffo del soldato. Poi c’era Pillola. Costui, come caporale, saltò sugli attenti.
“ A che punto sono i lavori?” fece il nuovo venuto. Si avvertirono dei colpi di piccone: “ Pietra dura, signor capitano!” si sentì distintamente. Allora Pico chiese all’attendente conferma: “ Che vuoi che dica, pietra dura! Ci vorrà del tempo per raggiungere la profondità necessaria. E a te, la gamba come va?!”
Pico mostrò con quanto sacrificio si reggeva in piedi. Poi fece no con la testa, stringendo i denti.
Anche Pillola fece una smorfia: “ Non se ne parla neppure per doma-ni!” Era una trincea lunga due metri, poco profonda per impressionare il nemico. “ Avanti, soldati! Voglio vederla finita in serata!” Pico troncò netto. Il piccone riprese con un ritmo talmente serrato che i diavoli della terra si spostarono a destra e a sinistra per non restare con il bitorzolo in testa.
“ Vi voglio domani di sentinella!” si sentì il capitano gonfiare le gote come una rana. Il piccone tornò a battere forte. Il capitano sottolineò con una domanda: “ Ricordate Noè? Noè, uno dei nostri: ora è solo un ex!”
Si levò la domanda: “ Che gli successe?”
“ Lo tengono i Turchi!”
La risposta cadeva come un fulmine a ciel sereno. Le ginocchia erano uscite da alti, gonfi cumuli di terreno; gli occhi, grosse voragini senza fondo; le mani, come dinnanzi all’offertorio:
“ Che dici mai?” la domanda di Caccasenno partì a razzo.
“ Sì, dal giorno in cui egli preferì valicare la linea del confine!” ag-giunse Pico.
Noè a Caccasenno parve un piccolo, insignificante naso tra i nasi. Che importanza aveva quel Noè, dal momento che si era smarrito nella fo-resta, buia di giorno e di notte rumorosa?! Non era mai piaciuto a nes-suno quel ragazzo!
Gli occhi del capitano indugiarono su una zona franca dove si scorge-va un principio di incendio: una leggera brezza stemperava l’afa di quel pomeriggio e alcuni contadini davano fuoco alle stoppie. Uno spettacolo abituale in piena stagione, che permetteva il rinnovarsi dei campi che, a riposo da un anno, non erano pronti per la falce. Non sempre gli stessi bruciavano e i contadini dovevano allontanarsi da ca-sa anche di molto, conducendo una vita nomade.
Capitolo VIII
“ Gran brutta cosa ferirsi ad una gamba: sei impedito nel camminare, e non è poco. A me capitò per un mulo, l’animale mi scaricò addosso il suo zoccolo posteriore, zoppicavo maledettamente. Grazie ad un ba-gno di mimose restò solo un lieve graffio!” Eumeo mostrò una piccola cicatrice sul polpaccio destro.
La strada diventava maggiormente trafficata, con carretti e tram da una parte all’altra dei marciapiedi. Scendeva all’ombra dei palazzi, mancando il cristallino cielo dei Camaldoli.
Quando Eumeo non era toccato dalla sua professione, chiedeva di questi e di quelli con una tale voracità da tenere in gran conto la foto di classe. Le sue richieste spaziavano dai compagni alle compagne, come nei grandi eserciti. Pillola lo accontentava e gli teneva corda Eu-calipto con i suoi quiz da cento milioni.
Eumeo cercava di scoprire l’entità delle ferite riportate da Pico. Era riuscito a cavar di bocca poco e niente, perché aveva a che fare con soldati. Intuì che la cosa era grave e tornò a parlare di scuola.
Seppe, per esempio, di Adelaide e di Proserpina che filavano insieme, di Giusy al quarto banco che faceva la svenevole con tutti. La serietà delle ragazze non si mette neppure in discussione, se ti passano la ver-sione!
La compostezza del giovane capraio fece ridiventare seri i suoi ac-compagnatori.
“ Non vogliamo che la cosa arrivi alle orecchie dei grandi, sottolineò Pillola: ma da ieri il capitano soffre maledettamente, e neppure a casa lo sanno. Abbiamo un codice, e Pico lo rispetta per primo.”
Erano arrivati a destinazione. Nell’accampamento, fatto alla meglio come se da un momento all’altro lo si dovesse smobilitare regnava uno strano silenzio. I due che lo avevano condotto fin lì lo lasciarono presso una tenda davanti alla quale uno di guardia sbarrò il passo.
Il ferito era completamente disteso con la pancia aderente al materas-so. Un braccio era riverso fuori e il viso affondava su un cuscino, sva-riate parti del corpo con escoriazioni, enormi lividi sulla coscia destra. Un rantolo usciva dalle labbra e il forte dolore faceva stringere i den-ti.
“ Sono venuto a prestare le cure del caso, io sono lo stregone!” con un incedere lento e misurato Eumeo si avvicinò sempre più alla branda sulla quale giaceva Pico.
“ Tu?” la domanda proveniva dal capezzale. Un ragazzo biondo, min-gherlino con gli occhi offuscati da un velo di stanchezza continuò: “ Eumeo Gimondi!”
“ Chi sei?” chiese a sua volta il capraio dei Camaldoli e attese rispo-sta: “ Uno della V B. Che, non mi vedi? è già sera?”
Poi la voce divenne più convincente: “ Capitano, si è fatto tardi, pre-pariamoci!” la si sentì in crescendo.
Il lume di una candela brillò nel buio: agli occhi di Eumeo comparve la folta capigliatura di Armentano, il tormento dei professori che a-vrebbero voluto che ogni tanto facesse visita dal barbiere:
“ Dente di Lupo!” Eumeo lo chiamò: “ Che intendi fare?”
“ Lo accompagno a casa!” Armentano si era chinato sull’altro: “ Capi-tano, è ora!”
“ Lui non si muove di qui!” lo fermò Eumeo e trasse dalla borsa un ramoscello che cominciò a triturare sotto gli occhi increduli di Dente di Lupo. Ne venne un impasto dal profumo delizioso che spalmò con un massaggio lieve.
“ Fa così!” diede l’ordine: “ Qui il mio compito è finito!”
Solo dopo guadagnò l’uscita della tenda e, a quanti chiedevano notizia del loro capitano, diramò il bollettino medico che leggerete qui sotto:
“ ore diciassette
sebbene siano state adottate tutte le precauzioni
PERMANGONO
condizioni critiche, ma stazionarie.
Il pericolo è stato scongiurato!”
Capitolo IX
Corradini, il professore di Matematica, spalancò quel mattino il regi-stro: “ Ammone, Armentano, Brienza…” lesse.
A de Girolamo si fermò. Ebbe il tempo di levare lo sguardo dalla cat-tedra e farlo cadere, dopo un volo d’insieme, su di un banco vuoto: “ Nessuno di voi sa dire la ragione per la quale l’alunno de Girolamo è assente da tre giorni: è malato?” dichiarò scocciato e indispettito dal ripetere ogni volta la stessa canzone. I presenti si lanciarono tra loro delle occhiate significative: qualcuno sapeva, qualcun altro intuiva. Questa volta, sì! ma alla prossima de Girolamo non sarebbe stato co-perto.
Quei giorni finiti col marinare la scuola, nel cuore di de Girolamo, non erano riusciti ad uccidere il professor Corradini!
Sasà (de Girolamo), incollato alle serrande chiuse della Rinascente, non staccava gli occhi da un paio di pattini a rotelle, che sembravano dire: “ Prendimi, prendimi!” E, invece di venire a scuola come ogni bravo ragazzo, aspettava la campana che portava a tirar su le saracine-sche.
“ Come sarebbe bello se fossero i miei!” pensava con il naso appicci-cato alla vetrina, vagando in quel mondo fantastico che si sveglia nell’ora in cui è presto per l’apertura dei punti vendita, ma tardi per entrare a scuola.
Lo sferragliare di un tram lo portava alla cruda realtà, e sistemata alla meglio la cartella si avviava contro voglia nell’onda dei semafori. Come volevasi dimostrare, faceva tardi a scuola. Addio ad un altro giorno di scuola girando le spalle al bidello che chiudeva il portone sui gradoni del liceo.
A volte si allungava al chiosco di don Saverio e lì un centone, si met-teva a servire acqua brillante, limonate: quante spremute avrebbe do-vuto confezionare per un bel paio di pattini?! uno di quei giorni a-vrebbe persino inventato un servizio volante!
Di fronte al chiosco c’era un viale con aiuole rallegrate da alcune pan-chine. Una bambinaia era intenta a condurre una carrozzina da una fontana ad un arco di gesso e viceversa, come una farfalla impazzita. Ogni tanto le ruote del passeggino finivano in una buca e non andava-no né avanti né indietro, come Sasà.
Il tepore aveva dischiuso le corolle di certi fiori che sembravano un ventaglio spagnolo. Sul sedile di marmo il pensionato di turno ne ap-profittava per una pennichella imposta da una nottattaccia piena di do-lori e di oscuri pensieri. Se Sasà avesse potuto disporre di quei pattini …! ma, come al solito, le cose che si vagheggiano non si avverano nel momento e nel posto desiderati! suonarono le nove.
Dopo circa cinque minuti, mentre serviva un cliente, gli parve in lon-tananza di scorgere una camicia sgargiante e dei pantaloni all’americana. Si ricordò del respiro sul collo di un ragazzo che sedeva nel banco dietro al suo, poi era finito il trimestre e altre sensazioni a-vevano occupato i giorni e le ore. Fino a quel tempo immancabilmente la traduzione di latino gli era stata passata da Noè, bastava pagarlo! Poi, i genitori di lui richiesero il nullaosta per iscrivere Noè in un li-ceo del centro Italia, dove si trasferivano. E dal trimestre in poi per Sasà fioccarono i tre e i quattro alle versioni di latino.
La lontananza sembrava aver influito su Noè, dimagrito come un’acciuga. L’aria del centro Italia non gli doveva giovare.
“ Ciao!” gli fece, appena passò davanti al chiosco.
Noè riconobbe subito l’ex compagno di classe:
“ Che fai dietro il banco dei rinfreschi? Non dovresti essere a scuola?” domandò stupito ma contento.
“ Ti faccio la stessa domanda!” incalzò Sasà, deciso a non rivelare di aver marinato la scuola quella mattina. Poi aggiunse: “ Sono già co-minciate le vacanze?”
“ Oh, no! siamo venuti a trovare il nonno. Una vacanza premio: ho ri-portato la media dell’otto!” precisò Noè.
“ Ogni tanto do una mano a don Saverio, soprattutto ora che ho passa-to le mie brave interrogazioni, pensa: non ho nessun cinque!” disse Sasà, nascondendo il volto dietro un bicchiere.
“ Bene, anche tu alla grande. Pensare che ti passavo la versione latina. Quante ne abbiamo passate! Vorrei venire a trovare i professori, i compagni! A volte mi mancate…” Noè sembrò preso da un attimo di nostalgia.
“ Già, fece Sasà: ma pensiamo ad altro! A te, come ti va? ti sei fatto degli altri amici?”
“ Naturalmente!” ribadì Noè: “ Ora devo andare, ci vediamo. Saluta-meli!”
“ Non mancherò!” rispose l’altro, ormai deciso a dare poco spazio ai sentimenti.
Ma dal breve colloquio avuto poco prima spuntava ogni tanto, più di una pazzia sfegatata, un pizzico di saggezza dal nome scuola e nel tormento di una buccia di limoni sognò di sfogliare i commentari sul-la congiura di Catilina.
“ Ma se poi la Rinascente?” sbiancò in viso, come un mugnaio.
Verso l’una, prima della chiusura, c’era ancora gente che entrava ed usciva. Il naso di Sasà tornò ad appiccicarsi come una ventosa, gli oc-chi incantati davanti ad una commessa intenta nell’addobbare quella sua vetrina, il corpo sinuoso nei riflessi dei vetri dorati.
“ Che faccio, entro?” una decisione tremenda! La commessa, a cui si rivolse poco dopo, prese dallo scaffale il numero richiesto: " Me li dia! Li provo!” I pattini calzavano alla perfezione. “ Senta, li lascio ai pie-di!”Al momento di recarsi alla cassa provò, con un pizzico di corag-gio, la possibilità di restare in equilibrio, sentendo una lama di ghiac-cio lenta a liquefarsi dietro la schiena. Poi spiccò via in volo, fuggen-do dai grandi magazzini, veloce come un fulmine.
Pattinò fino al chiosco di don Saverio che chiudeva, mentre due goril-la uscivano dalla Rinascente e davano inizio alla caccia. All’una e un quarto don Saverio andò via per il pranzo, dopo aver lasciato lo spion-cino della rivendita socchiuso.
Capitolo X
Ai primi bagliori dell’alba la luce d’oriente rendeva più triste la trin-cea che serpeggiava ai limiti della foresta con il suo viola di contorno e la terra si apriva come un guscio d’uovo, la pala poggiata ad una pa-rete interna, il piccone coricato sui cumuli esterni.
“ Se non ci affrettiamo nel portare via queste tavole, corriamo il ri-schio di essere sorpresi dal temporale. E buonanotte!” Caccasenno, nel fare questa constatazione, assestò una pacca sulle spalle dell’altro, come per dirgli: “datti una mossa!”
Eucalipto era ferito ad una mano, soffriva di un dolore mostruoso da rendere gli occhi scuri come il cielo: “ Mi fermo un attimo!” A soli due metri da lui sorvegliava per l’appunto Pillola, e a questi bisognava mostrare il medio invalidato.
Il rischio di veder precipitare la situazione, mettendo a repentaglio la sicurezza dei ragazzi, accresceva di minuto in minuto. A guardare il cielo, divenuto scuro come la pietra del lavatoio, ci si perdeva di co-raggio. Nuvole minacciose si addensavano all’orizzonte, l’aria era bat-tuta dai venti e da corvi neri, Caccasenno non si sentiva cautelato dalla trincea costruita allo scopo di darne.
Si scatenò il diluvio universale. La terra si aprì in tanti rigagnoli, sem-brò essere passato l’aratro. “ Vieni su! E in fretta!” Eucalipto fu tirato come un gran pesce nella paranza. Per fare da qui a lì si lottò con le braccia e le gambe. Sentire i lacci ai polsi, alle caviglie una vischiosa patina. Scarpe che sembrarono incollate al suolo. Giù, col muso a ter-ra! imbrattati nel fango.
Poi, la solita estate capricciosa …
Le nuvole chiare spazzarono via dal cielo le nere aprendo come d’incanto al sole che fece capolino con la sua nuca rapata.
I ragazzi, asciugati magliette e slippini, accomodarono un po’ qui, un po’ lì prima di scendere all’accampamento. Per le sei bisognò riparare ai danni recati dal maltempo.
“ Noi siamo come la tela di Penelope! Ogni volta che ultimiamo il la-voro, qualcosa di brutto succede!” disse Eucalipto.
“ E’il destino di chi passa le giornate ad attuare progetti non miei, non tuoi. Oggi come ieri …” aggiunse Caccasenno,
“ …e forse domani!” continuò Eucalipto.
“ Destino!” ripetè Caccasenno e assestò una botta col piccone.
Il tratturo prendeva forma di sentiero erboso e ciuffi d’erba gocciola-vano come la coda di un cane. Farfalle planavano su pozzanghere ba-gnandosi la punta delle ali di modo che, nel decollare, battevano forte forte. Il colpo di piccone ebbe il duplice risultato di liberare un nugolo di insetti dalle zolle squassate dalla punta d’acciaio, e sembrò come se il terreno avesse voglia di fare un grande respiro; di spazzar via dai capelli ancora umidi le ultime gocce di pioggia in bei gomitoli di fu-mo.
“ Il nostro capitano ha un segreto, crede che Noè, il piccolo Noè abbia attraversato la foresta senza che gli fosse ordinato: se lo ha fatto, deve essere in gamba: piace a lui! dico io, avrà incontrato anche lui la tem-pesta!”
“ Ah, per me! Alla prossima non ci sarò! Un’altra domenica come questa chi la vuol trascorrere?! Non vado per la foresta come Noè, ma scendo al campo a godermi le olimpiadi: costi quel che costi!”
“ Giusto Noè, continuò Pillola: c’è da dire che è bello e scomparso!”
“ Per me la sua fuga fa parte di un piano! Ne è convinto persino il ca-pitano.”
“ Ci sarà della ruggine fra i due! a volte l’odio può risalire a vecchi rancori, nati fra i familiari”.
“ Bah, parrebbe. Ma, sarebbe più grave nel caso di una macchinazione ordita ai danni dei Verdi!”
C’erano tre fili invisibili sul fondo di un bicchiere smerigliato: due, erano le corna; uno era il naso della luna.
“ Oh, la luna! è già sorta: non è presto?” nel guardare lontano Cacca-senno lasciò cadere a terra il piccone, restando estasiato per un lungo tratto di tempo: “ Chi abita lassù non sarà certo Noè. Come è bianca! Dicono che, dopo la pioggia, il suo è il chiarore delle nuvole: lassù c’è la fabbrica del buon tempo, i cumuli si mettono in fila, hanno un nu-mero e sanno quando è il loro turno, per questo non si affollano e han-no la rotta come gli aerei che planano e decollano senza interruzione!”
Il destino di un soldato semplice è quello di creare una trincea, costi quel che costi. Se viene il temporale, non fa niente: deve ricominciare. Invece di uno, se sono tre: c’è piccone, pala e badile. Ora la luna che c’entra?! che fa se quello stesso soldato semplice alza lo sguardo e guarda la luna?. Da mane a sera, con turni forzati di lavoro, la male-detta trincea bisogna ultimarla entro ferragosto, anche a costo di grossi sacrifici.
Capitolo XI
Arrivò il giorno tanto atteso delle olimpiadi. Dente di Lupo per quella occasione s’era allenato ogni giorno. Prima dell’alba, come un vero spartano, lasciava il suo letto per cinque chilometri di dura corsa vesti-to unicamente di pantaloncini e maglietta. Il tempo di dissetarsi alla fontana grande, e riprendere gli allenamenti con esercizi fisici, prima che il sole rendesse impossibile aggirarsi nei campi attorno alla città.
Anche Proserpina, detentore di tutti i record della passata olimpiade, si era sottoposto per una settimana a pesanti allenamenti in vista del grande appuntamento. Non voleva venir meno ai suoi precedenti pri-mati, né deludere il pubblico che lo avrebbe sostenuto.
In prima batteria si andò a sistemare Pilato che, nelle preliminari ave-va scelto di correre contro vento. In quel momento ci fu il grido di quattro sue sostenitrici dagli spalti. Il concorrente levò in alto un brac-cio in segno di saluto e si sistemò meglio sulla fronte la fascia azzurra con cui si distingueva dagli altri.
Gli si affiancò un certo Bisanzio della V D. Tale soprannome aveva avuto origine negli ambienti extrascolastici, nei pressi del Duomo, do-ve un antiquario di prim’ordine, proprietario di un negozietto di numi-smatica, lo aveva messo al mondo.
Nelle altre due corsie gareggiavano Dente di Lupo e Proserpina.
“ A ciascuno di voi è stato consegnato il percorso. Chi si attarda, at-tenzione: avrà delle penalità, facendo guadagnare punti preziosi agli avversari. Vince colui che farà ritorno con le tre ghiande nascoste sot-to una grande quercia al di là della tangenziale! Disponetevi alla par-tenza: VIA!”
I concorrenti si allontanarono come razzi, appena lo starter diede il se-gnale. Un urrà accompagnò il primo tratto pianeggiante, dopo venti metri cominciò una salita che non solo era ripida ma stretta per cui le quattro corsie diventavano una.
Dente di Lupo si trovò subito avvantaggiato di una spanna sugli altri, quando si sentì abbastanza sicuro per riprendere fiato, ma uno degli avversari gli fu subito addosso di una incollatura. Allora riprese a cor-rere, lottando alla disperata, fino a che non guadagnò la distanza che poco prima lo separava dal suo diretto inseguitore.
In testa dal primo momento, una volta doppiati i pilastri della tangen-ziale lo scatenato Dente di Lupo cercò la grande quercia e le tre ghiande. Cosa che fece, guadagnando altro tempo sui rivali.
Dente di Lupo invertì la rotta e si accinse a rifare il tragitto, questa volta in discesa. Con le migliori previsioni di questo mondo non resta-va che guadagnare il traguardo con la vittoria in tasca quando, per il caldo che si faceva sentire o a causa di altro, inciampò malamente in qualcosa, che era nella fattispecie la coda del diavolo.
Poco dopo arrivò sul luogo dell’incidente un trafelato Proserpina che, visto il concorrente a terra, alzò vistosamente le braccia per attirare l’attenzione. In fine accorse uno dei giudici e constatò l’accaduto: a far ruzzolare Dente di Lupo non era colpevole Proserpina che, una volta raccolte le tre ghiande, poteva riprendere a correre e guadagnare il traguardo, tanto più che non aveva aiutato nessuno incorrendo nei termini di una squalifica.
L’unico a sudare fu il giudice che chiese a Caccasenno di preparargli un bagno e di mettere nell’acqua una pozione miracolosa, della canfo-ra e dell’olio di vaselina. Caccasenno si caricò di una tinozza, ondeg-giò sotto il gran peso e quasi gareggiò con passi di formica.
Il programma del pomeriggio prevedeva ancora un’unica gara, mentre il torneo olimpico si sarebbe concluso a sera con la maratona di Poz-zuoli, e con canti e balli.
Per la seconda prova bisognò prendere d’assalto un intero scomparti-mento della cumana e raggiungere il bosco degli Astroni, fuori Napoli, dove Rinaldi aveva la masseria dei suoi nonni. Numerose volte i ra-gazzi della V B erano restati ospiti per qualche ora degli anziani pa-renti del loro compagno, pensate alla felicità di Eumeo Gimondi quando portava notizie fresche di Fido al cane di guardia della tenuta dei Campi flegrei.
Poco per volta i ragazzi salutavano Rinaldi e family e si immettevano in una porticina che portava ad uno spicchio di bosco laterale ad un pergolato. In fondo a quello che sembrava un Eden c’era un pozzo, nella cui acqua non potabile dei rospi segnavano lo scorrere del tempo con il loro gracchiare. Accanto alla cisterna era facile trovare sempre uno o due sacchi di calce viva che aspettavano di essere presi. Qualora si fosse avuta la cucchiaia del muratore, impossessandosi di un po’ di quella polvere bianca che sembrava farina, aggiungendovi acqua del pozzo, si sarebbe stati capaci di domare un piccolo incendio
All’insaputa dei nonni del Rinaldi, studiata minuziosamente, si dette inizio quella volta a quella che era la prova del giudizio divino, il pas-saggio attraverso una barriera contratta di fumo e fiamme. I preparati-vi videro impegnati entrambi i lati della organizzazione: Rinaldi nipo-te intratteneva con dolci ozi colloquiali i vecchietti; la schiera degli organizzatori che dovettero erigere al centro del giardino descritto una montagna di cianfrusaglie commestibili e prepararsi a disperdere i cat-tivi odori quando sarebbe stata accesa la catasta, poi imbiancata di calce viva e terra umida.
“ Terra ed acqua, presto!” condito di calce, come dicevamo sopra. Un fumo bigio dischiudeva le pallide spire di vapore e una nebbia granu-losa prese a fermarsi a mezz’aria, tanto che la si poteva tagliare col coltello. La manovra, se ben guidata, dava vita ad un braciere a cielo aperto. Ora, col permesso dei nonni, aveva inizio la gara che vedeva i concorrenti sottoposti al giudizio divino.
I partecipanti divennero sempre più neri, con falcate simili al tuonare della terra. Al cupo rimbombo rispondevano i vermi degli Astroni.
Dente di Lupo compì mille evoluzioni, Proserpina si impennò come un puledro. I due salivano e scendevano, aprendo e chiudendo gli oc-chi nel giorno e nella notte.
“ Esclusi Pasticcio e Bolla… Cavallo pezzato rimonta di una lunghez-za!”
Anche Caccasenno si iscrisse alla gara, ma ottenne una eliminazione istantanea. Poi, contro ogni aspettativa, egli tornò a gareggiare e, dopo la seconda cordata, lasciò al palo Eldorado e Fringuello per venire nuovamente diffidato. Qualcuno dai lineamenti alterati uscì quasi a-sfittico da una nuvola di fumo. Per l’appunto, se avesse scrutato il cie-lo da un focolare avrebbe fatto cadere il senno nella cappa del camino: “ Provaci ancora, caro mio spazzacamino tutto sporco di fuliggine, e vedrai le stelle!” Caccasenno, signori miei, aveva nuovamente infranto il regolamento! Proserpina manteneva il comando, alla fine vincendo la gara con un forte distacco sugli avversari e meritando gli applausi del pubblico.
Dunque, fu il momento di salutare i nonni!
Per la terza ed ultima gara si svolse gli scogli di Pozzuoli.
“ Andate fino a Punta Gigante a nuoto, e ritornate!”questi erano i ter-mini del percorso. Da parte sua, Dente di Lupo che si avvolgeva svo-gliatamente i risvolti dei calzoni non sperava più nella vittoria.
“ Vorrei ritirarmi!” fece Furetto, prima della gara. Il giudice a cui si era rivolto guardò sul taccuino e disse: “ Già sei fuori!” e gridò al guardalinee, indicando il concorrente che stava per abbandonare la ga-ra: “Rinuncia!”
Dente di Lupo, lento e svogliato, si preparò al trampolino di lancio, vide un piccolo scoglio e vi si era arrampicato. Accovacciato come un vecchio lupo di mare su di esso, scrutò l’orizzonte e su di sé aveva il peso del cielo.
“ Potrei anch’io chiamarmi fuori!” pensò con una punta di invidia nei confronti di Furetto che aveva dato forfait. Pazzo a sperare! Si tuffò con la voglia di non tornare a galla. Se un grande pesce, con un boc-cone…! Ma quel braccio di mare non era pescoso. A volte, anzi, il pe-ricolo proveniva da uno smottamento dei bassi fondali, dal formarsi gorghi e falsi mulinelli. In passato grossi galeoni si erano incagliati su banchi di sabbia davanti a Pozzuoli, creando la leggenda che ad arric-chirsi era un poverello e a rendere costui ricco era stata la stiva di una nave trovata, sapete di che? di derrate alimentari.
Ma quella volta fu proprio Dente di Lupo a vincere e la sua fu una vit-toria meritata! Quando tornò a riva, gli diedero la medaglia. Poi, fu portato a spalla e Giusy, la più bella della V B, segnò sul carnet un ballo assieme a lui. Niente, signori miei, dura in eterno: Caccasenno in quel momento raggiungeva anche lui la riva con movimenti incerti, innescando sulla spiaggia grida di apprensione.
Capitolo XII
Quel benedetto ragazzo aveva perso la sua sana allegria portandosi Latino e Greco a settembre. Vedeva in questo tanta ingiustizia, sempre chino su un’orzata, un po’ dinoccolato mentre si accingeva a lavare il bicchiere sottratto al cliente, con gli occhi incollati a una punta di bi-carbonato lasciata sul fondo di vetro. D’accordo con i suoi, stabilì un mese di lavoro nel chiosco di don Saverio, le restanti vacanze estive a ripetizione. Quante ragioni per preoccuparsi! E quanti contrattempi… quando si parlava di scuola, certi professori lo rendevano nervoso fa-cendolo scattare come una molla, come la schiuma di selz che distrat-tamente aveva fatto versare sul bancone.
Verso le nove, sotto un sole cocente, la città tornò a sonnecchiare dan-do al chiosco la possibilità per il primo break: il tempo di tirare su l’ombrellone dai colori sgargianti, a norma di regola. Star come in spiaggia e, dopo quel promettente inizio di giornata, dedicarsi final-mente al suo Tex Willer. Sasà si era già rifatto gli occhi, tuffato nel linguaggio che così bene descriveva le avventure del suo eroe, nulla a che vedere con le lingue morte delle quali avrebbe di lì a poco ripreso lo studio, quando si sentì chiamare scomodando proprio il suo ranger, in jeans e camicia, che montava sul cavallo nero di nome Dinamite.
Direttamente dal viale, con comode polacchine ai piedi, Proserpina terminò la corsa che lo aveva portato all’edicola di ristoro: mise i soldi sul banco, estraendo una manciata di spiccioli dalla tasca dei pantalo-ni, e ordinò. Nessuno degli amici di Sasà si sarebbe permesso di non pagare mettendolo nei guai anche se, in assenza di don Saverio, qual-che eccezione era possibile.
Dopo aver trangugiato tutto d’un fiato la bevanda, Proserpina fissò negli occhi l’amico che sostenne lo sguardo più del solito non avendo fretta di riprendere la pagina su cui aveva interrotto la lettura del gior-nalino, cosa che faceva spesso quando don Saverio era assente. Ora era più importante raccogliere le notizie che Proserpina gli portava e che, non avendo il coraggio di cercarle di persona, le racimolava ora da questo ora da quello come da una clientela distratta e frettolosa.
Proserpina disse una montagna di cose mentre, con cortesia, Sasà ri-sciacquava il bicchiere, come la ruota del carro che allunga il suo se-gno sulla strada maestra. Tutto grazie alla riservatezza maturata alla scuola di don Saverio.
Questi, nel frattempo, era tornato al chiosco, trovando un Sasà intrat-tabile e scontroso. Proprio così, da alcuni giorni trovava impossibile capire quel caro ragazzo alle sue dipendenze e aveva quasi rinunciato a sperare che potesse tornare il giovane loquace e di compagnia che una volta aveva conosciuto. Un comportamento ascrivibile forse ad una delusione d’amore, gli suggeriva l’esperienza: quante ne aveva ri-cevute anche lui in gioventù e gli erano scivolate addosso. Anche lui in gioventù era andato incontro a sbalzi d’umore, a volte sentiva che lo divorava l’argento vivo. Poi il tempo gli aveva fatto mettere giudi-zio e ora nella zucca aveva del sale.
Le stradine laterali presentavano ampie porzioni non soleggiate bruli-canti di passanti mentre una landa deserta e soffocante si presentava il corso. Il ragazzo uscì dal chiosco, salutando don Saverio. Guadagnò la via di casa. I palazzi attorno a lui sembravano tanti rigonfiamenti, si intravedevano sui balconi appartamenti angoli fioriti e bande di len-zuola stese ad asciugare. Da una finestra a piano terra si rovesciava improvvisamente sul suo naso l’odore pungente di ragù quasi a ricor-dare a Sasà che gli si era chiuso lo stomaco.
Era da poco passata l’una. Il traffico, che di solito lo circondava in maniera ovattata, quel giorno lo infastidiva. Giunto ad un incrocio, prima di guardare a destra e a sinistra, si staccò dal marciapiede men-tre un veicolo sulla strada procedeva a grande velocità, quasi cercasse l’incidente. Fu salvo per miracolo. Una seconda auto, marciando in di-rezione opposta, rischiò di baciarla pur di evitare quel giovane che impunemente aveva attraversato la strada quando non doveva. Chi era al volante fermò la propria vettura a debita distanza e dal finestrino bacchettò di improperi il ragazzo che, persistendo in un atteggiamento incurante, continuò per la sua strada facendo maciullare il cervello de-gli altri. Giunto a casa, trasse dal ripostiglio il paio di pattini che aveva cari, legò assieme i lacci con nodo scorsoio e…uscì di nuovo. Dopo un po’ era arrivato ai giardini pubblici e, all’insaputa del guardiano, cominciò a pattinare finendo contro un ragazzo in bicicletta. Questi cercò disperatamente di reggersi ma lasciò andare il manubrio rovi-nando a terra in un lago di polvere. La ruota posteriore girò a folle per un quarto di minuto, poi si distinsero i raggi e uno squarcio alla gom-ma. Lui se l’era cavata con una leggera sbucciatura nel punto in cui era rovinato il veicolo.
Era la prima volta che sulla tabella di marcia aveva riscontrato questo inghippo. Con la bici si era sempre sentito padrone dell’asfalto, l’ideale per prodursi in mille piroette in modo da farlo sentire più che un pirata della strada un vero acrobata su quella che amava chiamare la spider.
Con una manovra bene assestata sgusciò da sotto ai rottami, puntò i tacchi al suolo ripulendosi:
“ Maledettamente assurdo!” commentò, provando una fitta al petto. Ebbe modo di sfogare la rabbia assestando una pedata ai vetri di quan-to restava dello specchietto retrovisore, la catena poi si era sganciata dal rullo dei pedali per giacere anch’essa al suolo sotto forma di un singolare otto.
Una donna, dal momento che aveva visto tutto, si avvicinò al ragazzo: “ E’ niente, niente!” gli disse con l’intento di rincuorarlo. Aveva le braccia cariche di bagagli, le si vedeva stampato sul volto ancora il fumo del treno. Indossava un vestito più intonato alla valigia e alla borsa che alla moda, un cappellino vezzoso poggiava su biondi capelli scompigliati dal viaggio. “ Come ti chiami?” aggiunse, passando tra le parti del veicolo quel tanto da non compromettere la gonna che sfiora-va le ginocchia, rendendo la figura alta e slanciata.
Il ragazzo abbozzò un sorriso. Tempi un pò rumorosi contrastavano con quelli di una nevicata. Il viale volgeva al termine con una angola-tura dalla quale si poteva vedere l’arco estremo della collina; un lam-pione altissimo che faceva da spartiacque tra il verde e il nuovo giallo dei palazzi, cassoni spennacchiati che al di sotto di antenne televisive sporgevano dalle lenzuola stese sui balconi; le vie che man mano si moltiplicavano; il vasto anfiteatro che si insinuava nel corpo della cit-tà; porte semidistrutte della cinta medioevale, sguarnite ma austere.
Intanto Sasà aveva dato libero sfogo alla sua frenesia provocando quell’incredibile incidente. Decise di disfarsi dei bei pattini; li riallac-ciò, li rimise in spalla e si diresse verso la casa di Pico con l’intenzione di regalarglieli. Erano già le undici. La finestra del primo piano, dove sapeva esserci la stanza dell’ammalato, aveva i vetri chiu-si. La luce di una abajur, ricoperta da un panno trasparente, era la te-nue speranza che qualcosa non si era ancora spezzata. Disse addio ai suoi pattini, poi li adagiò davanti al portone. Dopo aver bussato al primo piano, corse a nascondersi dietro una Topolino posteggiata non lontano. Attese, non rispose nessuno. Fattosi animo e coraggio, cito-fonò di nuovo: pensò, forse non funziona! Sono sempre delicati questi nuovi sistemi, servono anche per dare l’allarme…. Questa volta ci fu la risposta: “ Chi è a quest’ora?” Sasà tornò a premere il dito sul pul-sante accanto al quale si leggeva: “FAMIGLIA GAROFALO”. Una voce alterata gridò: “ Se scendo…!”
L’utilitaria tornava ad essere un buon nascondiglio. Finalmente com-parve il signor Garofalo che si avvicinò a quei pattini pensando al suo Pico che teneva le pantofole sotto il letto.
Capitolo XIII
Il Monadi, sanatorio e ospedale civile, mostrava il decrepito muro di cinta in un ronzare di insetti che sciamavano dalla pensilina degli autobus al condotto di scolo terminante nel fosso dove si incenerivano i rifiuti.
L'ultimo cancello era stato aperto e la marea dei visitatori cominciava a salire verso i giardini che arginavano il blocco quadrato dell'accetta-zione. Il vocio dei parenti divenne più fievole e ad un bambino in la-crime venne offerta un'arancia di quelle da consegnare al proprio ma-lato.
Quel giorno non avevamo compiti per casa e il professore di Lettere ci aveva dato appuntamento per dopo pranzo in via Dei Camaldoli, dove abitava, per fare visita ad un compagno assente a scuola da tantissimi giorni. Pico non aveva note di merito né di demerito fino a quel se-condo liceo quando lo perdemmo. Era un grande tifoso della squadra del Napoli e a scuola veniva, con qualunque clima, sfoggiando una sciarpa al collo per cui lo chiamavamo il re dal manto regale. Allo scritto di trigonometria era un asso e ci passava gli esercizi risolti co-me un'ala che corre nell'area avversaria. Non seguiva la lezione di Re-ligione, perché si sentiva un obiettore di coscienza.
Quel pomeriggio Caccasenno arrivò sotto il ponte un po' sudato e po-co dopo comparvero Tutankamon e Pillola, correndo di gran carriera. Il ciuffo di Asdrubale bisticciava con !a sua mano ed Eucalipto, che aveva messo gli occhiali, tentava di pulirli con il lembo inferiore della maglietta, approfittando della sosta. A causa del suo peso ogni occa-sione era buona per prendere fiato, lo considererò un genio in Latino ma non si iscrisse mai all'Università, per seguire l'attività commerciale avviata da suo padre.
“ Ciao! Salutai i due che mi risposero con un cenno del capo. "Il pro-fessore ha detto di aspettarlo fino alle tre!" ci ricordò Tutankamon. "Sono meno un quarto, è presto!" rispose Caccasenno mostrando il suo swatch di contrabbando. Ecco il professore e l'intera classe al completo: tutti affaticati da un' ora di attività ginnica, compresa la di-gestione.
Le ultime notizie sono un bollettino di guerra. Marta ha telefonato a Piero di terza, che abita sullo stesso pianerottolo di Pico e ha saputo di urla e di strepiti, poi di un pomeriggio in cui la porta di fronte è restata muta anche agli squilli di telefono che rimbalzavano sulle pareti del tinello.
Il professore è triste e negli occhi ha una vena di umanità che non gli conoscevo. Ci chiama per nome, il nostro stare in promiscuità non lo adira. Via Pietro Cavallino è illuminata dal sole i cui riflessi sulle macchine che vengono verso di noi ci abbagliano. Un ruotare di pece ardente e l'asfalto di nuovo sterrato, come dovesse abbassarsi la china. Il fiatone accompagna Gino abituato a non chiedere di andare a bagno e, alla ricreazione, fa tutt'uno col banco. La faccia gli scoppierà come un pallone rosso, danzante davanti ai moscerini.
Le ragazze ai cancelli raccolgono glicini da donare a Pico che non può uscire, toccando il muro dei palazzi con la punta delle dita e qualcuna bussa al citofono, poi scappa. Che coraggio hanno queste ragazze, se non sono interrogate! Ma le mie compagne hanno tutte voti alti e una forte predisposizione per il latino, il greco e l'italiano. La più bella è Susy, mi fa arrossire: è un amore, voglio sposarmi con lei e avere tanti figli. Il sole gira per via Gemito, noi saliamo ancora. Ho i calzoni cor-ti: a Pico sarebbe venuto in mente Luis Vinicio, 'o lione. Il mio essere centravanti di sfondamento della squadra del quartiere Arenella aveva spinto Pico a parlare spesso di me anche nei compiti e... non solo quel-li di fantasia.
Pico, nella camera d'ospedale, è assistito dalla madre. Poi, viene il padre che smonta alle quattro dalla Azienda tranvai. È un uomo bruno, con gli occhi scruta il letto dove giace Pico, il suo Peppeniello. La stanchezza l'accusa come una cosa morale che lo fa riflettere sull'esi-stenza della vita senza essere filosofo. Non porta dolci o cioccolate ma le figurine dell' AC Napoli che piacciono a suo figlio e parla di calcio come le signore di canasta. Davanti a Pico si è tolto il cappello come se fosse in chiesa, ma... trasmette l'urlo dello stadio al suo ragazzo, non ha sfruttato tutto l'abbonamento, al Collana ci manca da tanto e non sa se la squadra regge ancora nel girone di ritorno.
Il suo Peppeniello è sceso in serie B, non legge più la pagina sportiva del Roma ma per questa volta inventa gli articoli più belli, quelli che egli chiama del "manto regale". Pico esulta, poi un colpo di tosse e... la notizia fa puffete! Pare che così finisca il primo tempo, non la parti-ta degli undici in casacca azzurra. Sul comodino c'è Tex, alla pagina 11, gli occhi scrutano la storia disegnata e Tex resta con il pistolone in mano, pronto all'azione.
Sul letto la coperta nasconde il corpo del malato, le maniche del pi-giama, il colletto incollato al cuscino, visibile la sigla di ospedale Mo-nadi. Il lenzuolo spunta fuori campo anche se la mamma ha avuto cura di rimboccare la coperta e squadrarla sul letto. Pico ci accoglie con un sorriso, poi curiosamente guarda, sotto la spalliera, le pantofole. Sono di un viola acceso, ma nuove di zecca. Hanno la bocca all'indietro, proprio per dire: "Non ci calzerai mai!" Siam tutti attenti alle parole del professore. Parla a braccia dimenticando che è uomo di lettere, se-vero riguardo la condotta, puntiglioso sempre nell'esposizione. Cade su un argomento: si lascia dare del tu dalla madre di Pico che dimenti-ca i pronomi, gli aggettivi, i verbi. Il professore ci rappresenta tutti, ma noi guardiamo l'interrogato nel letto con gli occhi sgranati e il cuo-re in gola. Lo ascolta e prende nota che è il suo insegnante, come se la camerata divenisse l'aula e quell' attimo l'ora di Italiano. Lui ha tanta voglia di sentire la lezione, perchè la scuola gli manca. Noi altri fac-ciamo assembramento e passa l'infermiere di turno: "Aria, gli togliete l'aria: andate fuori!" ci ordina. È come il bidello Matteo, ha sempre ragione lui! Ci spinge verso l'uscita: "Ubbidite!" fa il professore e ci incamminiamo mano nella mano con il capo rivolto a Pico che vor-rebbe saltar sulle pantofole e chiudere quella catena di mani.
La porta a vetro si è chiusa dietro di noi e non c'è voglia di parlare, di far a cazzotti, di ridere delle compagne. Le suole scricchiolano sulle mattonelle del corridoio. Ci fanno compagnia i busti dei santoni della scienza, uno di qua e uno di là. I grandi ci avrebbero invitato a leggere tutti i nomi, perché importante: più delle pantofole di Pico, più del Tex letto fino a pagina 11.
Capitolo XIV
Asdrubale, il caporale di giornata, punì Caccasenno dandogli tre com-piti in uno.
Il piccolo ebbe da ridire che avrebbe obbedito ma, mandarlo da solo in trincea, significava penalizzare l’intera comunità perchè in questo modo i lavori sarebbero stati rallentati e, nel caso la fortificazione fos-se stata assaltata, si sarebbe trovato da solo a difenderla. Il superiore non potè che sorridere a tanta arguzia, ma non si mosse a pietà. Cac-casenno allora si avviò sotto il vigile sguardo del graduato che, a po-chi passi da lui, non lo mollò mai. A Caccasenno sembrava che sul fianco destro e su quello sinistro ci fossero due persone in una, poiché aveva Eucalipto e Passero nel cuore.
Il caporale di giornata bofonchiò col muso duro e la fronte imperlata: “ Dimmi, matricola: c’è ancora molto?” piantò a terra i piedi, divari-cando le cosce. Il cammino tortuoso lo aveva reso di umore nero: pri-ma le selci, poi le erbacce … gli avevano cagionato un magone ben nascosto dalle stellette. Di quel tipo di missione avrebbe fatto a meno! ma non era riuscito ad evitare l’incarico: l’aveva preso come una sec-catura dettata da ordini superiori, una specie di mal di denti a cui biso-gna rassegnarsi con santa pazienza, costi quel che costi.
“ Oltre quei cespugli! prima di arrivare alla foresta!” Non sembrava vero ma gli occhi di Caccasenno erano diventati clinici, meticolosi, in-tuitivi. Ogni cosa mobile o ferma veniva setacciata attentamente a scapito della fretta e della conversazione.
“ Pala o piccone, scegli!” fece il caporale, indicando tre ruvidi arnesi.
“ Piccone!” fu la risposta. “ A te! Scendi nella fossa!”
Lo sguardo, perso a guardare la foresta, trattenne Asdrubale: tra gli spigoli e rientranze, tra pini e querce la luce del sole rendeva esatto l’ordine naturale.
Solo. Scavare in tali condizioni era peggio che avere Eucalipto e Pas-sero addosso. Tranciare il guscio terrestre con un cucchiaio, assurdo disumano! fino a sera… Tra i capelli si erano insinuati alcuni rami di un pruno, una gazza aveva fatto su un cespuglio il nido. Il volatile de-poneva le sue uova con una continuità impressionante, e Caccasenno le sentiva tra i capelli.
Piacque ad Asdrubale alzarsi e dire: “ Il sole è troppo forte!” Additò una busta di pane e formaggio, sorrise: “ Tutta per te!” Bevve in fretta, lasciando nella borraccia acqua a sufficienza: “ Quella che ti spetta! La metto al fresco!” rimosse un cubo di terra. Si incamminò alla volta di certe capre comparse sui crinali, perdendo molti metri sulla trincea e sulla foresta. Sempre più solo, parve che qualcuno lo chiudesse in una botte. Con il pianto in gola sentì la gazza rispondergli per le rime: “ Che cosa c’entri tu con la mia rabbia?” disse innestando quello che si chiama linguaggio sincopato.
Raccolse una manciata di terra e la scagliò alla volta del volatile che, in bilico sul bordo del nido, sbatté le ali con poca solidarietà verso il genere umano. Ma per Caccasenno il dolore non era diverso dalla condizione di una madre che difende i suoi piccoli.
“ Dice don Prospero: tutti figli a Dio! animali, vegetali e minerali!” e immaginò quei giri di tonaca nera pronti a far campana davanti ai chierichetti.
Capitolo XV
Per un bel po’ la borraccia fu tenuta d’occhio col proposito di resiste-re. Trascorsa mezz’ora la sete cominciò a tormentarlo, la trincea ebbe la forma di uno stalattite:
“ Berrò ad intervalli giusti!” disse, dando libero sfogo all’istinto, poi passandosi l’esterno della mano sulle labbra umide.
Il piccone dovette fermarsi davanti ad un blocco di roccia che assomi-gliava alla testa di un chiodo. Caccasenno aveva tentato e ritentato, poi tornato a dissetarsi e riprovato ma, ahimè! non era riuscito a smuoverlo:
“ Che ci vuole a cacciarti fuori!” disse, e giù una tremenda picconata da far svitare i polsi. Niente! La faccenda sembrava più complicata del solito, e giù un altro colpo! Tutto inutile. Chissà se il suo capitano, sì Pico! avrebbe apprezzato la grande fatica di uno dei tanti soldati sem-plici: ecco, così… ancora un colpo, non si sbaglia mai dopo un colpo del genere! Parlavamo di Pico.
Assente da un giorno e mezzo e già si faceva desiderare, macchè! era sempre presente in quanto un superiore che prepara bene le premesse è presente, anche se non c’è. Poco c’entrava la trincea con lui, il desti-no dei soldati semplici è un’altra cosa. Ma chissà, a voler trovare il bandolo della matassa ognuno a questo mondo ha in sé e fuori di sé una trincea. Quando lui avrebbe rivestito i gradi di capitano ci sarebbe stata un’altra trincea da costruire, così va il mondo! si diceva, e sareb-be stato ripagato della fatica che i capitani impongono ai soldati sem-plici. Quel capitano aveva un non so che, lo sperpero con lui non era mai troppo.
… E poi, quando la giornata di lavoro ebbe termine, Caccasenno si accorse di aver scavato una buca ad una profondità tale da permettere a chiunque si fosse posizionato dentro la trincea di vedere, non visto, il nemico:
“ E’ perfetta!” pensò il ragazzo, simulando da un lato e dall’altro delle feritoie. Sorrise, in barba alla stanchezza, saltando fuori dallo stretto rettangolo di base dove restava lo spinoso masso, scalfito sì ma ancora conficcato nella terra.
Ad occhio e croce la nuova postazione era inattaccabile, l’insidia non superava la linea del sei per cento, beninteso il novantaquattro restante poteva defilarsi senza ombra di dubbio sotto il controllo totale di un esiguo manipolo di soldati.
Caccasenno sentì di aver superato se stesso: con le mani si aggrappò al margine esterno della trincea e, facendo leva sulle gambe, uscì scuo-tendosi di dosso il terriccio. Poi, tornò indietro gattoni e, proteso il ca-po all’ingiù, si compiacque che nel buco ci fosse più buio che luce.
Qualche stella era già spuntata in cielo ma ancora non si vedeva nes-suno. Caccasenno cominciò a preoccuparsi, potendo avviarsi preferì aspettare il caporale di giornata: aveva imparato a non fare niente se non dietro ordine di un superiore. Era in netto anticipo ma dopo un quarto d’ora gli parve di aver messo radici in quel luogo. La situazio-ne non doveva sfuggirgli di mano: le capre già correvano agli ovili, il sentiero si era ristretto come un collo di bottiglia, provava sentimenti contrastanti, desideri e repulsioni: oh, ecco Asdrubale! ma in che con-dizioni? sembrava l’ombra di sè, trascinava un abbigliamento lacero, i capelli arruffati, stampati sulle gote dei lividi che rendevano più ma-cabro quel filo di luce.
“ Che cosa ti è successo, Asdrubale?” si affrettò a chiedere Caccasen-no, sospettando una improvvisa caduta in un fosso. Ma guardando più attentamente il volto sofferente dell’altro si accorse che non poteva es-sersi procurato il livido solo cadendo.
“ Mentre eri lontano dal campo base, noi siamo stati attaccati e scon-fitti!” rispose mestamente Asdrubale con lunghe pause prodotte da un generale stato di confusione. Non c’era emozione in quel che diceva ma rabbia passata, erano parole ormai sussurrate a fior di labbra, con continue ripetizioni che davano quasi fastidio.
Caccasenno fece segno che bisognava andare a vedere e dar man forte all’ultima resistenza dei Verdi. Si precipitarono al campo incuranti dei rovi nascosti e delle spine che lasciavano segni indelebili sulla viva carne. Giunti sul campo della disfatta, videro gli ultimi reparti in fuga:
“ Ti conosco: sei Tommaso!” gridò Caccasenno ad uno che sembrava tagliare la corda.
Tommaso ordinò ai superstiti allo sbando di fare posto a Caccasenno e ad Asdrubale per correre insieme ai ripari. Aveva già predisposto il piano di fuga, il problema era gestire una moltitudine che si ingrossa-va di minuto in minuto.
“ Amico, ti sbagli! Noi non verremo con te e con gli altri” aggiunse Caccasenno, puntando con il dito il suo caporale che, pochi metri più in là, aveva radunato un piccolo contingente deciso a restare. Tomma-so ebbe solo il tempo di augurargli la buona riuscita se le intenzioni erano quelle di creare una testa di ponte per fermare il nemico. Quanto a lui, la calca premeva alle sue spalle… se era nei piani di Dio, si sa-rebbero ritrovati fianco a fianco in trincea. Dopo quanto aveva detto, tornò a condurre come Enea il suo esercito in rotta.
Il campo era tagliato sinistramente da fogli di carta, documenti, diari, tutti erano fuggiti dinanzi alla sconfitta. “ Disporre quel carro abban-donato con la parte posteriore che poggia a terra!” gridò Asdrubale, afferrando lui stesso una delle estremità nel tentativo di sollevarla.
Caccasenno raggiunse la fiancata opposta e la tenne sotto controllo. Col gioco di braccia e di gambe fece leva su un asse di legno fino a rimuoverlo. Quando, con il capovolgimento sperato, le ruote si bilan-ciarono tra loro, furono accumulati i sacchi, tutto il materiale di ripor-to trovato qua e là, per dare nuova stabilità al mezzo di locomozione.
“ Soldati, ricordò Asdrubale: pensavate al fronte nord?! Ma oggi non mi deluderete!” Per caricare di maggiore ufficialità l’avvenimento, fe-ce marciare l’esercito ricostituito su e giù con passo marziale, poi por-tata la mano alla fronte in segno di saluto, ordinò che gli altri si dispo-nessero dietro al carro e sguainò la spada di latta. Caccasenno imbrac-ciò il fucile a piumini che gli passava Briscola ma con una certa ap-prensione notò che c’erano pochi colpi in canna.
“ Dimmi quando devo sparare!” la scommessa lo portò a pensare ch’era meglio mettere la sicura.
“ Ma sei scemo?!” Briscola allungò la mano per impedire che il fucile restasse muto.
“ Ho capito: lo faccio cantare quando la musica suona!” tornò a para-frasare il primo.
“ Bravo! Fai un po’ come il direttore d’orchestra!”
A Caccasenno piacque la similitudine: immaginò il pubblico delle grandi occasioni, un teatro gremito. Il suo sogno fu bruscamente inter-rotto: la formazione di una nuvola di polvere, distante dal carro circa dieci metri, fece emettere il grido tanto atteso. A mano a mano che l’oggetto si avvicinava, onde più grandi e il ruotare di scarpe spezza-vano l’erba tenera. Una volta che la cortina di fumo si fu dissolta ap-parvero volti, braccia, mani in assetto di guerra.
“ I visi colorati!” Caccasenno sgranò gli occhi, puntò il fucile. “ Alle gambe. Colpisci alle gambe!” ripetè Asdrubale, vibrando la sua spada. Caccasenno mirò dove gli era stato ordinato, facendoli caracollare a terra uno dopo l’altro. Quello, toccandosi smaniosamente un polpac-cio, fu finito da Asdrubale con una sciabolata suonante nel petto.
“ Urrà!” rispose Caccasenno. Dal momento che il sistema funzionava, poteva offrire ai suoi altre vittime.
Stefano comparve di fronte ad Eucalipto. E questi gli gridò: “ A noi!”
Intanto Isidoro era stato immobilizzato ed Eucalipto diede una sonora lezione all’avversario: “ Questo è da parte del mio capitano!” lo sbef-feggiò: “ Questa volta ti spacco la faccia come una noce di cocco, va a dire a tuo fratello Isidoro che te la presti lui: tanto ce l’avete uguale!”
Poi, cominciò a lavorarlo ai fianchi fino al preludio della battaglia.
Capitolo XVI
“ La trincea ci difende dal nemico!” … falso! aveva ricevuto il ben-servito, tutto all’improvviso, puft!
“ Soldato, sta sugli attenti! Soldato, le mostrine! soldato!”
Veniva a mancare, più che la persona, il senso di attaccamento alle re-gole delle quali Pico era il compendio in vita. Lo stesso Caccasenno si guardò bene dal rivelare la spiccata antipatia nei confronti del suo ca-pitano.
Lassù era molto più facile raccogliere le idee, quantunque fosse sceso a valle non avrebbe trovato al campo nessuno, tutti a casa da Pico. Strano quel loro attaccarsi ad un giocattolo rotto, ad una scatola aperta chissà dove, chissà quando!
“ Questa è la morte!” aveva pensato Caccasenno, perdutamente triste.
Era immerso nelle eterne questioni dell’esistenza, sulle prime non av-vertì l’andamento disinvolto di uno sconosciuto curato nel vestire, dai baffetti neri e dalle larghe basette grigiastre.
“ Ragazzo, immagino che tu sia la sentinella! in tal caso devi sapere che io non invado il territorio di nessuno!” Caccasenno dovè, suo malgrado, puntare l’arma contro il nuovo venuto: “ Per l’appunto mi chiedevo che ci fa un adulto qui!”
Per evitare un incidente diplomatico l’altro alzò le mani in modo da collaborare al riconoscimento:
“ Bene. Semplicemente perché il paese ha un suo di sopra e un suo di sotto. Ho una certa fretta!” tagliò corto.
“ Che hai in quel pacco?” il giovane aveva notato un cartoccio sotto il braccio dell’uomo. Al volume non doveva corrispondere il peso per-chè la manica della giacca era gonfia ma non tirata:
“ Il vestito nuovo per Pico, oggi se lo mette!” fu la secca risposta di colui che doveva essere il sarto.
“ Passa!” ribatté amaramente Caccasenno, sentendo un nodo alla gola.
Con la solita andatura di chi è abituato a tagliare per i campi, l’uomo dai due abiti arruffò a mò di gatto i baffetti sotto il naso e tirò dritto.
Curvando un po’ qui un po’ lì, le spalle del signore andavano nel ven-to come fianchi della nave.
Dopo un po’ si presentarono al blocco presieduto da Caccasenno tre ragazzi:
“ Chi siete? Che fate?”
Uno di essi prese la parola e fece notare a Caccasenno che proveniva-no dalle fila dei Rossi e chiedevano di passare: il fare sospettoso, i movimenti dell’adulto li avevano portati ad armarsi fino ai denti. Cac-casenno sbrigò la faccenda frettolosamente e in maniera superficiale, pur sapendo che essi erano nemici e potevano attaccarlo con un niente, ma non potè fare a meno di rivolgere questa domanda:
“ Uno di voi si chiama per caso Noè?”
“ Chi dici? Ma Noè è partito tanto tempo fa, lui e la sua famiglia: in Australia, in Germania, o nella stessa Italia.
Non ricordo bene!” Un pensiero tormentava il soldato di vedetta alla postazione estrema dei Verdi: “ Pico, mio capitano, se sei un’anima e vaghi per le trincee: tu cercavi chi non c’era più e lo stesso ha fatto la morte con te: oh, per sempre sarai come Noè tra gli alberi della fore-sta! Un richiamo, un ricordo: e verrà la neve a coprire la pianura, sof-fierà il vento tanto da far cadere i bei nidi degli uccelli! Tu, accomuna-to ad un emigrante che …” In quel momento sentì il pianto alla gola. Guardò, cercando un segno, qualcosa che gli facesse riconoscere nel muovere delle fronde lo spirito del suo capitano. I suoi occhi si posa-rono allora sui tre ragazzi che inseguivano a distanza il sarto diretto al-la casa del morto:
“ Che stupidi! Inseguono il sarto, credendo di trovare chissà che nel pacco. Oggi dovremmo essere tutti in pace, bracconieri e preda, e in-sieme sorvegliare la frontiera. Invece tu piangi. Che male c’è ad essere tristi, tutti sono tristi: non faccio niente di male, io!”
Epilogo
Le vacanze non erano ancora finite ma, tra esami di riparazione e nuo-ve iscrizioni, si era creato quel via vai davanti al liceo che sembravano già aperte le scuole. Quell’anno furono bocciati, in V C, i gemelli e Sandokan; Gimondi, della V B, perse l’anno non riuscendo a passare perché ritenuto scadente in latino.
Il tempo si era fatto incerto promettendo un autunno precoce. Diven-tava nuvoloso quasi sempre nel pomeriggio. Mi capitava a volte di correre come un pulcino sotto uno scrosciare di una pioggia insistente che aveva creato larghe pozzanghere tra il campo dei Verdi e quello dei Rossi. Dopo la bocciatura i gemelli sembrarono uscire di senno. A me stava bene che si allontanassero per sempre dalla nostra vita. Ri-cordo il loro viso uguale, uniti nella stessa sorte, come un anno prima, ma poi come sempre. Di Tutankamon, che dirò? “ Questa è la volta che abdico!” dal canto suo affermò al rientro a scuola, quando dovè anche lui sostenere l’esame di licenza che ci permise di accedere al li-ceo. Primo superiore, era come dire: si ricomincia daccapo… e altre guerre avrebbero accompagnato la nostra esistenza, assieme alle mate-rie di studio, alle controversie e ai palpiti legati alle interrogazioni.
Questo è tutto. Di Pico che dirò?! Egli restò dei Verdi e ci accompa-gnò in ogni decisione, vagliata e presa. Pico si trasformò in un dolce ricordo. L’inaspettato ritorno di Noè fece la differenza, il fatto che suo padre appartenesse all’arma gli diede un certo prestigio nel gruppo:
“ Avanti, facciamo vedere di che pasta siamo!” egli gridava. Ma il ve-ro capitano restava Pico, e non lui.
Oggi, se passo per lì, non riconosco più la mappa della città antica. Al posto del chiosco hanno sterrato, e vedo Sasà all’Università.
cangiano elvio
e mail: elviooivle@aliceposta.it