Ci sono anch'io |
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Spazio dedicato agli amici di Bistrot
Passione di Fuoco
-Non voglio nessuna maledettissima moglie!-
Sprofondato in una poltrona rivestita di un pregiatissimo velluto color borgogna, la mente e i sensi parzialmente ottenebrati dal caldo e raffinato brandy, Dominic Chester, conte di Hertford, scandì con cura le parole, pronunciate per l’ennesima volta al miglior amico William Perth. –Non esiste un solo istante della giornata in cui mia madre non mi rammenti la necessità di sposarmi e garantire così un erede…Diamine ho solo trent’anni, non riesco ad immaginare di porre fine così velocemente alla mia vita!- Barcollando si alzò, dirigendosi all’altra estremità del suo studio, per raggiungere il mobile di liquori pregiati che gli avrebbero fatto dimenticare, almeno per il momento, le pressioni subite nuovamente da Agata, la madre austera e caparbia di Dominic. William, dal canto suo, era abituato ultimamente a presenziare agli sfoghi dell’amico, stremato dal tentativo della contessa di farlo accasare il prima possibile. –Se continuerai a bere senza ritegno, dubito che troverai una soluzione e tanto meno una graziosa signorina disposta a tollerare i tuoi repentini cambiamenti d’umore. Sai come sono fragili e delicate le lady…-
-Spero vivamente che tu stia scherzando Will. E’ proprio questo che cerco di evitare, una donna svenevole che ricorra a quei maledetti sali per ogni sciocchezza, che pensi solamente ai vestiti o a come acconciarsi i capelli. Buon Dio, è questa la vita che mia madre spera per me? –
-Dom non tutte le ragazze sono stucchevoli e viziate, bisogna avere la fortuna di trovare quella giusta, e se non la trovi subito puoi divertirti con quelle sbagliate!- Versandosi una generosa dose della dolce bevanda ambrata, Dominic riprese posto sulla poltrona accanto al tepore del camino acceso, perdendosi con lo sguardo a fissare le fiamme incandescenti e riflettere sulle parole dell’amico. Certo per Will non era la stessa cosa, essendo figlio illegittimo del marchese di Preston, non doveva assolvere nessun compito, o assicurare la discendenza visto che il marchese aveva avuto un altro figlio legittimo. Non erano mai andati d’accordo Gregory e William, forse Greg vedeva nel suo fratellastro una minaccia per l’eredità. William aveva dimostrato più volte di non voler avere niente a che fare col vecchio marchese, fin da piccolo, quando aveva saputo che un tempo la sua dolce madre era una domestica a Villa Cormyl, la dimora del marchese. Dopo una tumultuosa relazione tra loro, sua madre era rimasta incinta ed era stata cacciata malamente dalla marchesa che sospettava già da tempo ci fossa una tresca tra il marito e la serva.La madre, sola e senza un posto dove andare si fece forza per allavere un figlio cercando di dargli il meglio... Nonostante il marchese avesse sempre provveduto finanziariamente a William e a sua madre, Will non ricordava una sola visita del padre, un dono di compleanno o auguri di Natale. Non avrebbe mai dimenticato l’espressione negli occhi di sua madre, un misto di tristezza e speranza ogni qualvolta arrivava una visita che non si rivelava mai essere l’oggetto dei suoi più profondi desideri. No, meno aveva a che fare con quella famiglia meno avrebbe sofferto quella piccola parte di lui, celata nel profondo, che ancora sperava di essere accettato dal padre che mai aveva conosciuto.
-Mi duole distoglierti dai tuoi pensieri, però credo che lady Agata non rinuncerà tanto facilmente al suo progetto, quindi ti consiglio caldamente di metterti subito alla ricerca della tua futura anima gemella, prima di ritrovarti sposato senza nemmeno accorgertene. ..-
-Grazie mille Will,la tua vicinanza mi é di enorme conforto... - disse Dominic sarcasticamente,serrando la mascella – Inoltre ora anche Julie si è schierata dalla parte di mia madre, ripetendomi che un uomo è incompleto senza una donna e altre sciocchezze del genere… - Posò il bicchiere di brandy, rovesciando parte del contenuto sullo scrittoio di mogano intagliato, utilizzato dai precedenti conti di Hertford.
Si avvicinò alla finestra che si affacciava sul bellissimo giardino che circondava l’intera villa. Nonostante fosse primavera, l’aria era ancora fresca e il tepore del camino era gradito. Forse una passeggiata a quell’ora tarda della sera gli avrebbe rinfrescato un po’ le idee… anche se la compagnia di una donna era la cosa migliore per dimenticare tutto il resto. Pensandoci bene era da qualche tempo che non si recava a casa della sua amante. Moira era una creatura dolce e nello stesso tempo decisa e caparbia. Non lo avrebbe lasciato allontanare da sé se prima non avesse scoperto cosa lo tormentava.Ricordò i lunghi capelli neri e liscissimi di lei e gli occhi altrettanto scuri e leggermente a mandorla che le conferivano un aspetto vagamente esotico e molto intrigante che rendeva quasi impossibile non cedere ad ogni suo capriccio. Si ripromise di andare a farle visita prossimamente, forse sarebbe riuscita a cancellare il brutto periodo che stava passando. Già, un po’ di sesso era proprio quello che ci voleva.
– Scusa se interrompo nuovamente le tue riflessioni, - disse William notando l’aria pensosa dell’amico – come sta tua sorella Julie? A quanto so era andata a fare visita ad una zia a Bath. E’ tornata dunque? –
- Si, è tornata da poco più di una settimana- confermò Dominic – Sai, zia Gwen si sentiva un po’ sola ora che le sue figlie sono tutte sistemate, così mia madre ha pensato di mandarle Julie a tenerle un po’ di compagnia. A Bath, zia Gwen ha ritrovato un po’ di serenità e di tranquillità, cosa che non si può dire di Julie che si è annoiata a morte. Sai com’è fatta no? - Julie, che aveva diciannove anni, era un vero e proprio terremoto, pronta a destreggiarsi fra un invito per il tè, una passeggiata in carrozza o ancora una visita a qualche atelier alla moda. William pensò che non avrebbe avuto difficoltà a trovare dei corteggiatori e provò una punta di gelosia e invidia al pensiero dei dolci sorrisi di Julie rivolti a qualche libertino senza scrupoli, interessato alla sua cospicua dote... e non solo.
La splendida Julie non si sarebbe mai abbassata a pensare a lui, semplice figlio illegittimo, come un probabile pretendente alla sua mano, pensò William. Nonostante ciò, fremeva al pensiero di rivedere i suoi occhi ambrati e i suoi folti capelli castani. – Sono certo che a Julie farà piacere rivederti. - annunciò Dominic – mi ha chiesto di te nelle sue lettere. Voleva addirittura sapere se eri riuscito ad impalmare qualche graziosa signorina… Sempre la solita impertinente.
Sempre la solita magnifica Julie, pensò Will.
- Comunque- continuò Dominic – sappi che sei invitato al ricevimento che mia madre darà in occasione dell’inizio della stagione mondana nella nostra tenuta a Bradford, quindi vedi di non trovare scuse per non presentarti, visto che ti ho avvisato con sufficiente anticipo… Del resto sei o no il mio migliore amico?
- Certamente, solo che in queste occasioni me ne rammarico un po’. Sai per caso spiegarmi il motivo?-
Will si alzò dalla comoda poltrona imbottita per dirigersi accanto all’amico. Gli occhi grigi di Dominic erano illuminati da un luccichio burbero – Non vedo perché devo soccombere da solo a questo noiosissimo ricevimento, quando la tua compagnia allieterà di certo la sofferenza. È giusto dividere anche questo fra amici, non credi?- disse Dominic alzando il bicchiere quasi vuoto e brindando alla sua trovata.
- Certo, certo l’ ho già sentito dire altre volte; comunque non sia mai detto che ho lasciato un amico bisognoso in difficoltà. –
Dominic sollevando un sopracciglio aggiunse con voce leggermente impastata dall’alcol
– In un altro momento mi sarei potuto offendere per avermi dato del bisognoso, ma in questo caso mi conviene essere d’accordo con te sulle tue affermazioni. Comunque mancano diversi giorni al ricevimento e potrei pensare di sparire per un po’. – Cercando di restare in piedi senza l’aiuto di William, Dominic andò a sbattere contro la mensola del camino, accanto alla finestra, procurandosi un bel livido all’altezza della spalla e dando vita ad una profusione d’imprecazioni e borbottii incomprensibili.
-Se provi anche solo ad accennare un sorriso, giuro che non risponderò più delle mie azioni. – disse Dominic notando il lampo di divertimento negli occhi dell’amico.
– Non oserei mai prendermi gioco di un povero uomo incompreso con la mente ottenebrata dall’alcol tanto che non riesce neanche a reggersi in piedi. Non sarebbe uno scontro leale. – Dominic lanciò un’occhiata in direzione della figura vagamente somigliante ad un essere umano, con i bordi sfuocati e che ondeggiava pericolosamente, minacciando di precipitare a terra da un istante all’altro. Con le poche forze rimaste comunicò all’amico che la serata era conclusa e che non si sarebbero visti per alcuni giorni visto che doveva recarsi a Bradford per controllare che tutto fosse in ordine fino all’arrivo di sua madre che avrebbe sistemato la dimore in occasione dell’arrivo degli ospiti. – Quindi non sentirò più le tue lamentele per diversi giorni, a quanto ho capito vero?- William non riuscì a nascondere un sorriso, convinto che Dominic vedesse tre William davanti sé e non sapendo a quale dei tre rivolgere la parola. Dominic guardò un punto indefinito alle spalle di William – Scherza pure Will, non sai quanto sei fortunato a non avere grattacapi e preoccupazioni che solo una famiglia ti può dare. – William guardò Dominic uscire dallo studio e dirigersi al piano di sopra, per recarsi nella stanza da letto, dove probabilmente sarebbe crollato, dimenticandosi perfino il suo nome. – William uscì dallo studio, dirigendosi alle stalle per prendere il suo cavallo. - Già- disse con lo sguardo rivolto verso la finestra della stanza del suo migliore amico – sono proprio fortunato. -
CAPITOLO 2 .
Bradford
Rachel Sunder, stanca ed affamata, si dimenò da una serie di ubriachi che le ostacolavano il cammino. Con una leggera spinta ne abbatté uno facendolo andare a sbattere contro uno dei tavoli di legno grezzo della locanda umida e coperta da una cappa di fumo. Avendo la via libera si diresse velocemente verso il bancone – Tre birre per quel tavolo. – gridò Rachel per farsi udire al di sopra del chiasso provocato dai clienti. Quel misero straccio lacero che aveva addosso, non lasciava nulla all’immaginazione. Le sue forme piene, erano più che evidenti sotto il tessuto leggero dell’abito e lasciava scoperto una buona porzione del petto e delle caviglie.
- Se ti dimostrassi più affabile con i nostri clienti, non avremmo bisogno di lavorare così tanto, fino a tarda notte. Non credere che riuscirai a cavartela sempre sparendo poco dopo la chiusura come sempre.Vedrai che qualche giorno, qualcuno si stancherà delle mille arie che ti dai, da signora, e ti sistemerà per bene, come meriti. Ora muoviti e corri a servire quei signori. – Proprio dei veri signori, pensò Rachel, prendendo le birre e dirigendosi velocemente al tavolo. I “signori” erano totalmente ubriachi gridavano cose oscene e, a dir la verità, poco comprensibili. Doris, una delle cameriere, era seduta in braccio a uno di quei tizi. Non appena vide Rachel avvicinarsi esclamò con sdegno –Ecco che arriva lady Rachel a farci onore con la sua presenza!- Le sue parole furono seguite da uno scoppio di risa.Poi si rivolse a Rachel – Vi ringrazio milady di averci degnato della vostra attenzione, ma questi gentili signori è da tempo che aspettano di rinfrescarsi delle fatiche del viaggio. – stringendosi maggiormente al suo “amico” e rivolgendogli uno sguardo languido aggiunse – Sapete, miei cari signori, la nostra Rachel si ritiene superiore a noi, comuni lavoratori, e non ci ritiene nemmeno degni di uno sguardo, senza provare disgusto!- Rachel pensò che evidentemente Doris aveva bevuto più del solito, forse per tenere compagnia alla combriccola che si era formata pian piano intorno al suo tavolo.Sicuramente la serata di Doris sarebbe proseguita nelle camere al piano di sopra. Il vestito della cameriera era sgualcito e strappato in diversi punti, con il corpetto talmente basso che ad ogni respiro l’enorme seno minacciava di saltare fuori. La gonna aveva visto tempi migliori e Doris non perdeva occasione di sollevarla fin sopra il ginocchio e di sventolare le sue grazie sotto gli occhi di chi riteneva un probabile cliente. A Rachel non era mai interessato vendersi per pochi spiccioli in più, nonostante il magrissimo salario che guadagnava. Quando tre anni prima era giunta da Glasgow, la sua città natale, alla taverna in periferia a Bradford, non avrebbe mai immaginato di poter condurre una vita simile. Il padre era commerciante di tessuti e provvedeva senza difficoltà al mantenimento della loro bella vita, o almeno così lei credeva. Non erano ricchissimi o nobili, però avevano una bella casa, della servitù, cibo in abbondanza e quello che contava maggiormente è che erano rispettati. Inizialmente Rachel non diede molto peso agli eventi che riguardavano la sparizione di vari oggetti da casa. In seguito poi dovette rendersi conto che le misteriose sparizioni non riguardavano più solamente pezzi di argenteria e altri soprammobili, ma mancavano anche alcuni gioielli appartenenti a sua madre, quadri che una volta potevano essere ammirati nello studio del padre o nelle stanze superiori. Scossa da questa situazione chiese spiegazioni ai genitori – Rachel cara- rispose la madre assumendo un’aria accigliata – non devi preoccuparti di nulla. Abbiamo deciso di sostituire i pezzi d’argenteria ormai vecchi e consunti, con un bel servizio nuovo e lucente e quindi quello vecchio l’ ho donato ad una persona che saprà farne certo un buon utilizzo… - rispose Evelyn con un sorriso tirato. Già, pensò Rachel, peccato che non aveva visto neanche l'ombra di un nuovo servizio di argenteria... Per la prima volta notò i profondi segni di stanchezza sul viso della madre e le occhiaie che le sottolineavano gli occhi verdi smeraldo, privi della gioiosa luce che un tempo li distingueva. Quando però Rachel cercò di approfondire la questione, la madre addusse ogni qualvolte delle scuse e ririrava nelle sue stanze, raccomandando a Rachel di non crucciarsi troppo. Solamente qualche tempo più tardi Rachel comprese che la situazione non era affatto sotto controllo. La servitù fu licenziata poco per volta, e i loro preziosi oggetti colmi di ricordi e momenti felici, venduti per far fronte agli ingenti debiti causati da suo padre. Rachel non credeva che un uomo posato e responsabile come suo padre, si fosse lasciato trascinare in quel circolo infernale che è il vizio del gioco. Troppo tardi si rese conto che tutto era perduto, la casa era stata venduta, tutto ciò che possedevano era andato in fumo. Si trasferirono in un piccolo quartiere solamente lei e la madre. Al pensiero del suicidio del padre Rachel cacciò indietro le lacrime che minacciavano di straripare come un fiume in piena.
Robert Sunder, aveva lavorato duramente per ottenere il prestigio e il rispetto e non sopportava di essere stato proprio lui la causa della rovina familiare. Rachel non riusciva ancora a perdonare il padre per ciò che aveva fatto. Le era stato insegnato proprio dai suoi genitori ad essere sempre leale verso gli altri e verso se stessa, a non arrendersi mai e ad avere fiducia nella sua famiglia, poiché insieme avrebbero superato qualsiasi problema e ostacolo si fosse messo sul loro cammino. Comportandosi da vigliacco, suo padre era venuto meno ai principi su cui lei aveva basato la propria vita.
La sensazione sgradevole di una mano posata sul suo posteriore la fece sobbalzare tanto violentemente che l’intero contenuto delle birre posate sul vassoio che reggeva in mano, si rovesciò addosso a Doris e al suo cavaliere. Una serie di urla e imprecazioni poco adeguate ad una signora, fluirono dalla bocca della prosperosa Doris, causando un caos generale. – Ma a che diavolo stavi pensando stupida sgualdrina che non sei altro! – inveì Doris – Mi hai rovinato l’unico abito decente che avevo! Mi chiedo proprio perché continui a lavorare qui, visto che non combini altro che disastri! Ora ti sistemo io, cara la mia signorinella!- Detto ciò si avventò contro Rachel che, impreparata all’attacco di Doris, capitombolò per terra, trascinata dal peso della furente cameriera. Le grida rabbiose di Doris si confondevano con il chiasso causato dai clienti della locanda, eccitati dalla rissa tra le due donne. Un omone grasso tutto sudato e anch’esso un po’ brillo, si fece largo tra la folla che scommetteva sulla vincita di una o dell’altra combattente.
- Insomma, cos’è tutto questo baccano? Si può sapere perché ogni volta vi trovo sempre ad acciuffarvi!- protestò l’uomo rabbiosamente, con uno sguardo omicida rivolto verso Rachel. Prese Doris per un braccio, e strattonandola, l’allontanò dal luogo della rissa, spedendola a pulire la cucina. Poi si rivolse verso Rachel - Tu, ingrata maledetta che non sei altro! Non solo ti ho accolto nella mia famiglia come fossi una figlia, ma ti ho dato anche un lavoro e di che sfamarti, e tu continui a trattarci con sufficienza e a guardarci dall’alto in basso credendoti migliore di noi. Chi ti pensi di essere? - Con un violento manrovescio, Rachel si ritrovò sullo sporco pavimento, frastornata e confusa. – Credevo di aver fatto bene a raccoglierti dalla strada dopo la morte dei tuoi genitori, a quanto pare, mi sono sbagliato. E’ grazie a quello sciagurato di tuo padre se sei finita a lavorare qui dentro, invece di startene comoda seduta sulla tua bella poltroncina a ricamare e a impartire ordini alla servitù. E invece di ringraziarmi ti atteggi alla gran signora che non sarai mai. – Rachel si alzò in piedi, sostenendosi malamente sulle gambe, sperando che non le cedessero proprio ora, pronta a subire un’altra sfuriata dell’uomo che, a detta di sua madre, non si sarebbe rifiutato di prendersi cura di lei, poiché era in debito con la sua famiglia.
Un uomo, che per tutta la durata dei fatti era rimasto in disparte, decise che era giunto il momento di intervenire per evitare altre sofferenze alla povera serva.Non riuscì a capire, cosa lo avesse colpito di quella ragazza, talmente sporca che non si riusciva a distinguere nemmeno il colore dei capelli o i lineamenti del viso. Solitamente Dominic non frequentava i bassifondi per evitare appunto di trovarsi in situazioni simili. Solo due profondi occhi verdi, fieri e combattivi che dimostravano che la ragazza non si era sottomessa alle angherie che, molto probabilmente, le venivano sottoposte giornalmente, lo spinse ad agire velocemente.
Si frappose tra lei e il grosso omaccione, col rischio di venire catapultato per terra dalla furia dell’uomo. - Ti consiglio di lasciar perdere, se non vuoi guadagnarci un bell’occhio nero, amico. - Detto ciò, sospinse la ragazza oltre la folla di uomini, pensando di metterla al sicuro contro il pericolo di altre percosse.
- Ah sì? E sentiamo un po’, di grazia, in che modo vorresti farmi un occhio nero?Vediamo quanto sei abile, damerino da strapazzo! - Un colpo del grosso oste fendette l’aria, mancando di poco il viso di Dominic. Dominic rispose con un gancio che andò a segno, facendo barcollare l’omone, che però inaspettatamente si riprese e colpì a sua volta Dominic allo stomaco. Piegandosi su se stesso, cercò di riprendere fiato e fu sorpreso dalla potenza del colpo. Doveva ricordare di non sottovalutare il suo avversario e agire d’astuzia se voleva tornare indietro tutto intero. Probabilmente avrebbe avuto la meglio su quel grosso barile di lardo, però non poteva rischiare di tornare a casa tutto ammaccato, dovendo dare spiegazioni alla madre e sicuramente anche alla sorella… no, non era proprio il caso.
Rachel, intanto, osservava stupita il misterioso uomo che l’aveva salvata. Da quando lavorava in quel lurido posto, nessuno si era mai degnato di soccorrerla visto che costituiva uno spettacolo divertente per i clienti della locanda. Osservò meglio il suo salvatore: aveva un fisico imponente, un’altezza notevole, sicuramente sotto i suoi vestiti di ottimo taglio non possedeva un filo di grasso. Una preziosa catenella d’oro luccicava sul suo completo scuro da equitazione, e si univa a un orologio da taschino sicuramente altrettanto prezioso. Con quei capelli color ebano e gli occhi grigi, poteva assomigliare ad un angelo vendicatore, sceso in terra per combattere i soprusi e aiutare le dolci fanciulle in difficoltà. Ma cosa diamine stava pensando? Ragionò scotendo il capo. Sicuramente il ceffone ricevuto le aveva dato alla testa. Lei non era una povera donzella in difficoltà, ma solamente una povera serva malnutrita e sporca che poteva solamente essere compatita per la triste fine che avrebbe fatto. Se solo avesse avuto un posto dove andare! Avrebbe potuto trovare un impiego come domestica in qualche bella dimora o magari come istitutrice! Certo, lei non possedeva alcuna referenza, però le buone maniere non le mancavano e col tempo magari, se ne avesse avuto l’occasione, avrebbe potuto perfezionarsi ed essere così richiesta dalle migliori famiglie. Peccato che sarebbe rimasto solamente un sogno…
All’improvviso si sentì tirare lievemente da un gomito e quando si voltò, pronta a inveire contro chiunque avesse osato metterle le mani addosso, si ritrovò con lo sguardo fisso negli occhi del suo bellissimo angelo sconosciuto. I loro sguardi rimasero incatenati per qualche istante, e Rachel si sentì attraversare il corpo da una violenta scarica di emozioni contrastanti. Passione e desiderio si insinuarono prepotentemente nel suo animo, e anche una punta di timore, forse dovuta a quell’aurea di mistero di cui l’uomo si circondava.
La sua voce calda e decisa la distolse dalle sue sensazioni, riportandola bruscamente al presente. - Prendi la tua roba e aspettami qui fuori. - Rachel non riuscì a muovere un solo muscolo. Doveva veramente farsi controllare da un medico, la caduta era più grave del previsto. Aveva davvero capito bene? Era impossibile… - Sei sorda per caso? Non ho intenzione di perdere tempo e denaro, quindi vedi di muoverti. Rachel si sentì invadere da una rabbia profonda e incontrollata. – Come prego? Temo di non avere ben inteso le vostre parole, milord. - Rachel mosse un passo per allontanarsi dal suo angelo maledetto, ma l’oste, intuendo i suoi pensieri, l’afferrò per un braccio trascinandola alle scale che portavano alle camere della locanda. Il suo alito emanò una zaffata pesante di vino scadente, e mostrò con orgoglio i suoi pochi denti rimasti. – Ora tu salirai di sopra senza tante storie, raccatterai i tuoi pochi stracci e ti leverai di torno. Bada bene di non fare scherzi perché se ti pesco a cercare di fuggire dal retro, ti concio per le feste. - I suoi denti marci erano messi ben in mostra - Ora che finalmente ho l’occasione di liberarmi di te, guadagnandoci pure un bel gruzzolo, stai tranquilla che non ti lascerò scappare. - Rachel si diresse nel piccolo stanzino in soffitta, che utilizzava come stanza da letto. Un piccolo giaciglio di paglia e una sedia era tutto l’arredamento della stanza. Raccolse in una piccola borsa da viaggio, tutta la sua roba, consistente in un abito da viaggio molto modesto, di lana blu scuro, un mantello grigio e alcuni oggetti per la toeletta. Il suo angelo salvatore si era trasformato in un demonio, pronto a comprarla come fosse stata un capo di bestiame. Per un istante aveva creduto di poter trovare un po’ di solidarietà da parte di quel misterioso viaggiatore, ed ora si trovava costretta a vedere la realtà dei fatti: era stata comprata per capriccio, un capriccio che probabilmente sarebbe durato fino a quando, dopo essersela portata a letto, non si fosse stancato di lei, magari scaricandola in qualche bordello e per di più incinta. Già, ci mancava solamente quello, pensò Rachel indignata. Decisa a riconquistare la sua dignità, cominciò a scendere le scale per andare incontro all’uomo che credeva di aver fatto un buon affare.
- Ti stupirai a vedere che ottimo affare hai concluso, mio dannato angelo. – mormorò.
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