Tratto da
Infedelmente tua
di
Marion G.Tracy

......Via via che Halo proseguiva verso il molo, la nebbia si faceva più fitta e il suono della sirena più penetrante. L’eco di quel suono veniva assorbito dal mare e dall’aria umida che sapeva di salmastro e aderiva agli abiti, alla pelle. Lattiginosa e spessa, la nebbia circondava Halo che nel silenzio udiva solo il rumore dei propri passi...

Non fosse stata dotata di un acuto senso dell’orientamento, avrebbe potuto perdersi. Il pensiero la sgomentò e all’improvviso Halo ebbe fretta di arrivare sul molo dove Bob l’attendeva, per essere finalmente al sicuro tra le sue braccia.

Nel mare di latte che l’avvolgeva vide comparire la sagoma vaga della ringhiera in ferro battuto, la passerella di legno sconnesso che andava verso il nulla grigio lontano dell’orizzonte...

L’ombra livida della sera calava anticipatamente mentre Halo, adesso a passi lenti, percorreva la passerella di legno cercando con lo sguardo di penetrare oltre il nulla fumoso che l’avviluppava, il più lontano possibile, per scorgere la snella, elegante sagoma dell’uomo che amava...

Via via che si avvicinava alla fine del molo, al punto dove l’oceano si spalancava verso l’infinito, il cuore di Halo batteva più a precipizio al contrario dei suoi passi che si facevano più lenti, circospetti, quasi spaventati.

Anticipazione gioiosa e paura lottavano in lei mentre continuava ad avanzare cercando con lo sguardo, una mano contro il petto, le labbra socchiuse in un sorriso forzato, l’espressione dolorosamente tesa.

Ecco, adesso avrebbe dovuto vederlo, l’avrebbe visto. Perché Bob non le veniva incontro?

Halo, non riuscendo più a sopportare l’ansia, si mise a correre. Adesso poteva quasi scorgere l’estrema punta del molo ma forse si sbagliava, non era ancora arrivata alla fine, là dove l’oceano si stende a perdita d’occhio oltre la nebbia umida e fredda.

Aveva il fiato grosso e il cuore le batteva impazzito nelle orecchie. Quanto era lungo il molo e quando finalmente avrebbe raggiunto Bob? Ora lui le sembrava un miraggio sognato, irreale come l’immagine riflessa in una bolla di sapone...Lo chiamò e la sua voce suonò soffocata e quando lo chiamò ancora, stavolta più forte, il suono che la sua gola produsse fu quello di prima: debole e ovattato come il grido in un incubo.

Finalmente si arrese all’evidenza: nessun altro era sul molo, a parte lei. Bob non c’era.

Non c’era? Impossibile, dopo tutta la sofferenza attraverso la quale era passata per causa sua. Semplicemente impossibile. Guardò l’orologio e il sollievo che provò all’istante fu così grande che le salirono le lacrime agli occhi: era arrivata in anticipo, tutto qui. Lui l’avrebbe raggiunta di lì a poco....Quell’attesa sarebbe stata dolce: le avrebbe dato modo di pregustare il momento in cui finalmente sarebbero stati di nuovo insieme.

Halo si appoggiò al parapetto e sospirò, cercando di rilassarsi. Non dubitava più che lui sarebbe venuto e se avesse cercato di capire per quale meccanismo mentale ogni dubbio era scomparso, avrebbe scoperto che il motivo era semplice: non sopportava l’idea che lui l’avesse abbandonata. Non ora. Non più... Quando Bob l’avesse raggiunta, non gli avrebbe detto nulla dei problemi con Lester, né di quanto le era pesato rimanere lontana da lui per un tempo così lungo. Sarebbe corsa tra le sue braccia e avrebbe dimenticato il passato e per sempre. Poi avrebbero raggiunto la città e sarebbero andati a cena insieme.

Aveva in mente un piccolo ristorante poco lontano dove sarebbero stati tranquilli a guardarsi negli occhi, ritrovando l’intimo calore della confidenza reciproca, parlando di piccole cose senza importanza per non distrarsi dalla cosa veramente importante che era lo stare di nuovo insieme.

Il resto, il futuro che li aspettava e i cui inevitabili problemi avrebbero presto dovuto affrontare, era vago come le cosa velate dalla nebbia intorno. Né Halo desiderava che fosse diversamente perché tra breve, di lì a qualche minuto, il presente le sarebbe bastato per essere felice. Tra quanti minuti, Halo non lo sapeva. Sarebbe bastato guardare l’orologio per scoprirlo, ma questo non poteva farlo.

Evitava di affrontare la paura che l’ora dell’appuntamento fosse trascorsa senza portarle Bob, pensando ad altre cose, prolungando l’attesa indefinitamente, dicendosi continuamente che, quando si desidera tanto l’arrivo di una persona, i minuti diventano lunghi come ore e certo, se avesse guardato l’orologio, avrebbe scoperto che ne era passata una manciata davvero esigua.

Ma il buio scendeva e Halo fu costretta a tornare alla realtà e guardare l’orologio le cui lancette implacabili le segnalarono che il momento in cui Bob sarebbe dovuto arrivare era trascorso da quattro minuti.

Quattro minuti non sono nulla. Basta una telefonata arrivata nel momento sbagliato, un orologio indietro, un motore che non parte per giustificare un ritardo ridicolo di appena quattro minuti. Solo che lei era arrivata con venti minuti di anticipo perché non le era stato possibile attendere più a lungo.

Come mai Bob tardava, sia pure di quattro stupidi minuti? Forse aveva dimenticato l’appuntamento? Ridicolo. Naturalmente non era così e di lì a poco l’avrebbe visto spuntare dalla nebbia correndo trafelato, preoccupato perché lui, di solito così puntuale, proprio quel giorno l’aveva fatta attendere.

...Se fino a quel momento era riuscita a non guardare l’orologio, adesso non faceva altro che controllare l’ora. Sembrava che il tempo si fosse fermato. Sembrava soltanto, perché ecco che i quattro minuti diventavano cinque e poi sette e poi quindici.

A chi non è capitato, almeno una volta, di arrivare a un appuntamento importante con un quarto d’ora di ritardo? Un quarto d’ora non è ancora un ritardo preoccupante, di quelli che ti fanno presagire un appuntamento mancato. Per questo bisogna arrivare alla mezz’ora e certo non ci sarebbe stato modo di arrivarci. Certo non per lei, sola sul molo deserto, cinta dalla nebbia e dal buio come in una prigione fredda e umida e silenziosa a parte l’ossessionante sirena: suono tenebroso e inumano che sembrava scaturire dalla viscere di un animale preistorico agonizzante.

Certo che, se fosse passata mezz’ora senza che Bob arrivasse sarebbe stata costretta a ipotizzare che non sarebbe venuto più. Ma non sarebbe successo e si costrinse a sorridere per sdrammatizzare l’ipotesi che la spaventava.

All’improvviso si scoprì a supplicare. La sua supplica era diretta a un soggetto imprecisato ma in sé era molto chiara: supplicava di poter vedere la snella, aggraziata, scattante sagoma di Bob delinearsi nel buio e nella nebbia... Si scoprì a supplicare quando la mezz’ora che si era data come limite stava per scoccare: i suoi occhi andavano dalle lancette dell’orologio al buio e viceversa...

E poi arrivò la paura. Della solitudine, del buio, del vuoto che le si spalancava davanti che le dava le vertigini. In quel vuoto avrebbe dovuto imparare a vivere ma non doveva pensarci. Non in quel momento. Se l’avesse fatto la disperazione avrebbe spezzato ogni sua resistenza riducendola a un rottame umano e tutte le sue lacrime non sarebbero bastate per piangere l’illusione perduta di un amore che, faticava ancora ad ammetterlo, era stata lei sola a provare, a immaginare duraturo, degno di essere vissuto fino in fondo a costo di qualsiasi rischio e sacrificio.

Ma la speranza tornava e le ipotesi si succedevano in una ridda impazzita, le più strane, le più assurde: qualsiasi fantasia era preferibile alla realtà che andava delineandosi spettrale, inaccettabile: Bob non sarebbe venuto.

Quando Halo comprese che era inutile continuare ad aspettare, era notte fonda. Si mosse lungo il molo. La nebbia s’era alzata scoprendo un cielo freddamente limpido e la sirena della nebbia finalmente taceva. Halo, chiusa in se stessa, non vedeva e non sentiva nulla. Non pensava e non soffriva. La sofferenza era poco più in là, ad attenderla: questione di tempo e le sarebbe saltata addosso ghermendo con le unghie e con i denti il suo cuore ferito...