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Quando Carole entrò, Neil Alcott sedeva dietro la scrivania.
Guardò la paziente con finta indifferenza e la salutò
con
finta distrazione tornando poi a sfogliare il fascicolo che aveva davanti
con finto interesse.
I sentimenti di Neil Alcott nei confronti di Carole erano
ovviamente opposti a quelli che fingeva. Ed erano preoccupanti. E più
il tempo passava, più si facevano preoccupanti.E' infatti preoccupante
che uno psicanalista si senta attratto da una paziente. Preoccupante
e fastidioso. Oltretutto l'attrazione di cui Neil era vittima era assolutamente
fisica e questo complicava di più la situazione.
Quando Carole entrava nello studio avvolto nella penombra come aveva
appena fatto, il cuore di Neil sobbalzava e il suo corpo, sopratutto
nelle zone erogene, si faceva caldo e vibrante e il sangue in tumulto
irrorava quelle zone rendendole particolarmente sensibili, al punto
che talvolta Neil cadeva vittima di qualcosa che assomigliava al dolore
fisico.
Detto questo c'e' anche da dire che Neil, essendo un serio
professionista, dominava le suddette sensazioni fingendo,
appunto, disinteresse, indifferenza e distrazione.
Carole, cui non era dato intuire nulla del turbamento squisitamente
doloroso dello psicanalista, sedeva di fronte a lui e aspettava con
pazienza che si fosse ripreso e fosse in grado di rivolgerle la parola
senza che la voce gli tremasse.
"Ciao, Carole", disse Neil cercando di non guardare le gambe della paziente
più carina che mai fosse capitata nell'elegante e mondano studio
di Calvary Street 9. Elegante grazie alla madre di Neil che ne aveva
curato personalmente l'arredamento. E mondano grazie alla clientela
che, date le origini semiaristocratiche di
Neil Alcott delle acciaierie Alcott & Sons, non poteva essere altro
che al top della scala sociale.
"Buongiorno dottor Alcott", rispose educatamente Carole
accavallando le gambe. Così facendo mandò la pressione
di Neil oltre il limite di guardia e, se notò il caldo rosa che
ne colorò per un momento il pallido volto, non dette però
segno di averlo notato. Le ciglia lunghe e spesse velavano il suo sguardo
e il viso largo e un po' schiacciato sotto la frangia che le copriva
la fronte fino alle sopracciglia, richiamava alla mente un gatto. Non
un gentile gattino tutto fusa e strusciatine affettuose, ma un gatto
selvatico e attento, freddo e infido quanto può esserlo un gatto.
Il dottor Alcott si schiarì la voce come sempre faceva quando
era turbato, quindi domandò, "Come vanno le cose, Carole?"
"Al solito, dottor Alcott", fu la vaga risposta che le labbra carnose
e rosse sussurrarono. Niente di particolarmente sexy nelle parole, al
solito dottor Alcott. Eppure esse ebbero l'effetto di stimolare l'eccitazione
latente dello psicanalista che per un attimo perversamente immaginò
quelle labbra rosse e carnose sul proprio corpo. E il brivido che glie
ne venne lo costrinse a chiudere per un attimo gli occhi.
Dovette fare appello a tutta la sua serietà professionale per
trovare la forza di reagire e ribattere in tono apparentemente tranquillo,
"vuoi sdraiarti sul lettino, Carole?"
"Va bene, dottor Alcott1", risposta remissiva che rimescolò
il sangue di lui mentre l'immagine lasciva di Carole, seminuda e sorridente,
nell'atto di sdraiarsi su ben altri e ben più accoglienti letti
gli frullava fuggevolmente per il capo.
Eccolo il frutto proibito che compariva sempre più spesso nei
suoi sogni, eccolo compostamente sdraiato sul lettino, la testa dai
lunghi e lisci capelli neri raccolti in un morbido, un po' scomposto
chignon, appoggiata sul rialzo che fungeva da cuscino, gli occhi chiari
dallo sguardo impenetrabile nascosti sotto le palpebre serrate, la bocca
socchiusa e come offerta tra il piccolo naso un po' largo alla base
e il mento caparbio, con la fossetta al centro... e le spalle morbide
sotto la seta della camicetta, la vita sottile e i fianchi dolcemente
arrotondati...
e quelle due magnifiche, gloriose, fantastiche tette là, giusto
sotto il suo sguardo, coronate dalle punte chissà perché
diritte verso labbra invisibili e mani desiderose. Le SUE mani.
Strettamente serrate dietro la schiena per non cadere in
tentazione.
Perché quella camicetta era così leggera e il ritmo del
respiro così evidente, invitante, tentatore?
I seni di Carole calamitavano tutto quanto era calamitabile nel dottor
Alcott. Tette magnifiche. Tette divine. Tette
di sogno. Tette sprecate perché, lui lo sapeva, non per
niente era il suo psicanalista, nessuno ne godeva la morbidezza voluttuosa
e piena, ne' traeva da esse il piacere, distillato prezioso e naturale,
di cui erano meravigliosamente, incantevolmente gonfie come frutti maturi
e pronti per essere colti.
Se solo avesse osato... una mano sfuggì alla stretta e rimase
librata nell'aria, giusto sopra il capezzolo destro di Carole, mentre
un gemito sottile come una sirena lontana risuonava nel silenzio profondo
rotto dal tic tac dell'orologio.
"Dottor Alcott?", gli occhi verde gatto di Carole furono
improvvisamente aperti e fissi sulla mano a un centimetro dal capezzolo
proteso. "Mi e' sembrato di sentire un suono strano."
La mano sparì e lo psicanalista si ricompose dietro la maschera
professionale.
"Credo... mi capita di soffrire d'asma di tanto in tanto",
si giustificò Neil tossicchiando, distogliendo lo sguardo, girando
le spalle alla bella sul lettino in attesa di essere psicanalizzata.
"Hai qualcosa da raccontarmi?", domandò girandole le
spalle. Non conosceva altri mezzi per conservare il controllo dei sensi
e delle emozioni.
"Nulla in particolare."
"Suvvia, Carole. Sappiamo entrambi che non e' così",
insistette con dolce fermezza Neil. Carole aveva sempre bisogno di essere
un po' incoraggiata. Pronta a rinchiudersi, le sedute si trasformavano
a volte in match psicologici dai quali Neil usciva stremato e così
eccitato che ogni tanto gli capitava di chiedersi se per caso non ci
fosse qualcosa che non girava anche nella sua psiche. Perché
anche uno strizzacervelli, dopotutto, può avere qualche problema
qua e la' e secondo sua madre lui ne
aveva più di tutti i pazienti messi insieme.
Non doveva pensare a mammà, adesso. Niente come il pensiero
di mammà per mandarlo ai matti durante una seduta.
Respirò a fondo e cercò di rilassarsi.
"In effetti qualcosa c’è", rispose alla fine Carole
in tono soddisfatto.
"L’hai fatto ancora?"
"In un certo senso..."
"L’hai fatto oppure no?"
"Sì, ma roba da poco."
"Roba da poco?"
"Un profumo..."
"E poi?"
"Un foulard."
"Altro?"
"Una palla."
"Una palla, Carole? Perché proprio una palla?", quale
strano significato sessuale si nascondeva dietro quella insolita scelta?
"Una palla per il trucco, di quelle che si aprono e dentro c’è
tutto quello che serve per truccarsi. Molto carina. La vuole vedere?
L’ho nella borsa."
"Non è necessario che tu me la faccia vedere. Il foulard
è quello che porti al collo?"
"Carino, vero?"
"Hai cercato di resistere, almeno?"
"La tentazione è irresistibile. Non so se lei può
capirmi."
Poteva. Eccome se poteva. Ma preferì non dirlo.
"Dopo come ti sei sentita?"
"Stupendamente bene." Il tono di Carole era soddisfatto. "Mi
diverte rubacchiare. Non c’è niente altro che mi diverta così."
Le labbra si aprirono in un sorriso che rivelò i denti piccoli,
candidi e un poco acuminati. Denti da felino, denti che Neil preferì
non guardare per non rimanere vittima della loro sensuale carica aggressiva.
"Hai avuto paura?"
"Neanche un po’. Direi che ogni volta è meglio della precedente.
E’ che sto acquistando pratica e quindi sicurezza. Si imparano tante
di quelle cose, rubando...La prima riguarda gli altri."
"Cosa impari sugli altri?"
"Che sono chiusi in se stessi. Non esistiamo, per gli altri. Loro
non si accorgono di quanto succede a pochi centimetri dal loro naso.
Non guardano. E se guardano non vedono. E se vedono non glie ne importa
un fico. Naturalmente mi riferisco agli acquirenti. Quanto ai sorveglianti
ho imparato a identificarli."
"Così continuerai a farla franca. E’ questo che pensi?"
"Più o meno sì."
"Non ti domandi perché lo fai?"
"L’ho già detto. Perché mi diverto.
"Non ti domandi perché ti diverti?"
"E’ il gioco del perché?"
"Almeno fino a quando non ti deciderai a guardare dentro te stessa
dove si nasconde la cosa che ti fa paura."
"Adesso non faccia lo psicanalista, dottor Alcott."
"Ma io sono psicanalista."
"Credevo che fossimo amici." Carole aprì gli occhi
e lo guardò. Sguardo di ghiaccio e fuoco nel quale Neil Alcott
si perdette, sentendosi piccolo e inerme come una lumaca priva del guscio.
"Non siamo amici. Sei una mia paziente, ricordi?"
"Sono una sua paziente però le piaccio."
Le parole lo colpirono come una sferzata in piena faccia,
togliendogli per un attimo il respiro. La guardò, cercando
inutilmente qualcosa da dire.
"Non e' forse vero?", lei insistette.
Sedette sul lettino, quindi si alzò e si avvicinò lentamente
continuando a fissarlo negli occhi con un sorriso vago, ambiguo, sconcertante
sulle labbra carnose e rosse...

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