Tratto da
Magia d'amore
di
Marion G.Tracy

..Caroline Grant aveva gli occhi gonfi per il troppo sonno e per un principio di intossicazione a causa del Coucou. Era anche pallida, e i capelli castani di solito ben lisciati e composti intorno al viso, erano pittorescamente arruffati. Inoltre il rosa salmone intenso del lenzuolo, decisamente troppo vivido, non le donava al colorito. Era, insomma, se non proprio al peggio delle sue possibilita, neppure al meglio e Rufus Gardner, come si può facilmente comprendere di pessimo umore per più di un motivo, la guardò con irritazione e non si prese neppure la pena di salutarla. Stava fumando un sigare e ne sbuffò il fumo pesante verso Caroline che arricciò il naso delicato e tossì.

"Le dispiacerebbe smettere?", il tono era educato ma anche freddino. L’uomo che le stava di fronte, in pantaloni grigio topo e camicia candida, le ricordava vagamente qualcuno ma in quel momento preferì non approfondire.

"Smettere cosa?", domandò Rufus e il suo tono era di parecchi gradi sotto lo zero.

"Di fumarmi in faccia." L’uomo era decisamente scostante, arrogante e antipatico. "Il fumo del sigaro non è il mio piatto preferito, appena sveglia la mattina."

"Immagino che vorrai un caffè. Magari molto forte. Immagino che vorrai anche mangiare qualcosa", Rufus stava facendo un sforzo per controllarsi. Schiacciò il sigaro nel portacenere riducendolo in poltiglia. Non gli conveniva inimicarsi subito la sposina. Il pensiero lo fece ridere e rise, ma senza allegria.

"Cosa c’è da ridere?...Un caffè lo prenderei volentieri e molto forte anche. Grazie."

Rufus tirò il cordone vicino al tavolo delle riviste per avere il caffè.
"Rido per lo scherzetto che mi hai combinato. Sei stata in gamba, lo ammetto. E’ stata anche colpa mia, sarei dovuto stare attento. I tipi come te sono i peggiori, lo dico sempre agli altri, e poi guarda cosa mi va a capitare. Ma basta, inutile recriminare. Quanto vuoi?"

Aveva deciso di non fare storie. Si sarebbe liberato di Caroline Grant al più presto: non aveva tempo da sprecare per un simile impiccio e prima lei lo capiva meglio era per tutti. Non ci avrebbe girato intorno e lei avrebbe fatto altrettanto.

Caroline incrociò le braccia, piegò la testa da una parte e studiò per un lungo momento il suo interlocutore con l’espressione spassionata che i suoi allievi avevano imparato a temere. Ora sapeva chi le ricordava. Le ricordava l’uomo bruno dal buon profumo con il quale aveva ballato la sera prima. La sera prima? Sembrava fosse passato un secolo dalla festa sul bordo della piscina. Fuori il sole era alto. Quanto tempo aveva dormito?

"Che ore sono?"

"Le tre del pomeriggio. Vorrei risolvere questa faccenda prima di cena."

"E oggi è lunedì"; mormorò Caroline più che altro a se stessa. Pensava alla scuola: era la prima volta che mancava senza giustificare la propria assenza. L’indomani sarebbe stata costretta a scusarsi con Eleanor che, negli ultimi tempi, stava diventando sempre più acida e puntigliosa. Si augurò che non prendesse troppo male l’accaduto e si chiese che scusa inventare. Ma le sue riflessioni vennero interrotte da Rufus Gardner.

"Oggi è lunedì, un buon giorno per gli affari, forse, ma non per me. Non questo lunedì. Sono pronto a venirti incontro perché, lo ripeto, la responsabilità è anche mia. La procedura richiederà del tempo

quindi vorrei cominciare domattina al più tardi. Immagino che sarai d’accordo. Resta da stabilire la cifra. Potrei farti un’offerta ma naturalmente tu sai già quanto vuoi ricavare dall’affare quindi dimmelo e se le richiesta è ragionevole avrai quanto desideri." Si stava comportando in modo davvero civile e si aspettava altrettanto da parte di lei.

Ma sembrava che Caroline non sentisse neppure: se era una tattica, si trattava di una tattica molto raffinata, a lui ignota. Ne prese nota mentalmente: alla prima occasione l’avrebbe usata a sua volta. Era magnifica per provocare insicurezza nell’avversario.

Poi rifletté che quel soldo di cacio in lenzuolo rosa si permetteva di metterlo sia pure momentaneamente in difficoltà. La riflessione lo irritò.

"Non ho tempo da perdere. Allora, quanto?"

"Ecco il mio caffè", disse Caroline andando incontro a Robert che entrava in quel momento, con un sorriso grato, "Ne ho proprio bisogno."

"Per la signora ci sono anche dei biscottini alle mandorle appena sfornati e una torta alla marmellata di ciliegie", disse Robert indicando i piatti d’argento scolpito e lustro dove torta e biscotti sembravano pavoneggiarsi. "E tanti auguri. Felicitazioni vivissime anche dal resto del personale: tutti desiderano conoscerla, signora. In particolare la cuoca che ha fatto i biscottini per lei. Quella pettegola..."

"Basta così", abbaiò Rufus e Robert batté in ritirata.

"Cos’è questa storia delle felicitazioni?", domandò Caroline quando Robert fu uscito.

"Si usa felicitarsi con chi si è appena sposato", rispose in tono lugubre Rufus prendendo a camminare avanti e indietro. "O dalla tue parti non si usa?"

"Chi si è sposato e con chi?"

Rufus smise di misurare a lunghi passi il salottino fermandosi proprio davanti a lei.

Caroline aveva bevuto il caffè, un poco di colore le era tornato alle guance e gli occhi gonfi conferivano in qualche modo al piccolo viso impertinente un’ombra di perversità che non sfuggì a Rufus. Era carina la volpe che l’aveva infinocchiato. Qualcosa si mosse in un angolo remoto dentro di lui e la sua espressione per un momento si addolcì rendendolo più simile all’uomo che, la sera prima, aveva affascinato Caroline. Che notò il cambiamento e un sorrisetto spuntò sulle sue labbra appena rosa, ben disegnate e pien. Ma l’attimo passò e Rufus tornò il re del gioco d’azzardo, il duro cui era impensabile farla. Ma la ragazzina che gli stava di fronte e non abbassava gli occhi sotto il suo sguardo gliel’aveva fatta, invece. E grossa, anche. Rufus le voltò le spalle riprendendo a passeggiare con passi più lunghi e più pesanti.

"Non fare l’ingenua. Sai bene chi si è sposato e con chi."

"Dovrei saperlo?...Senta, ne ho abbastanza di questa pagliacciata. Lei mi tiene qui ad ascoltare stupidaggini mentre un minimo di senso dell’ospitalità la obbligherebbe a indicarmi il bagno. Ho bisogno di fare una doccia. Ho bisogno di un taxi per tornare a casa. Ho bisogno soprattutto di sapere cosa diavolo faccio in questa casa orribile in compagnia di una persona che mi sembra poco definire scortese e maleducata. Una persona che soffia in faccia a un’ospite il fumo del suo sigaro e le volta le spalle quando le parla. Ho inoltre bisogno di sapere come mai sono in sottoveste quando non ricordo di essermi spogliata. Chi l’ha fatto? Per caso l’ha fatto lei? Perché in questo caso..."

Gli occhi di Caroline anche se gonfi mandavano visibilmente lampi e Rufus, che tra i tanti problemi affrontati in quegli ultimi minuti aveva trascurato quello per Caroline fondamentale del suo pudore violato, smise di passeggiare e la guardò, provando un vago e sgradevole senso di disagio.

Caroline Grant stava comportandosi in maniera insolita, inaspettata e soprattutto offensiva. Come si permetteva di rivolgersi a lui con quel tono? Non sapeva chi aveva di fronte? Naturale che lo sapeva. Ma se ne infischiava. Il disagio di Rufus aumentò ci pari passo con rabbia, senso di frustrazione e desiderio di vendetta.

"Adesso basta", ruggì in puro stile gangster, "E qudno dico basta intendo dire basta. Dimmi questa dannata cifra e finiamola."

Ma se immaginava di intimorire Caroline, si sbagliava.

Lei si strinse nelle spalle. "Immagino che il bagno sia adiacente alla camera da letto. Con il suo permesso andrò a fare una doccia. Spero che nel frattempo riuscirà a calmarsi e a chiarirsi le idee e quando torno spero di sentire discorsi sensati. A dopo."Gli voltò le spalle e sparì in camera da letto.

...asciugò i capelli, indossò il tailleur e i sandali con il tacco alto. Dette un poco di rosso a labbra e guance e, dopo una rapida occhiata allo specchio, si sentì pronta ad affrontare l’energumeno nella stanza accanto. Aveva un piano d’attacco semplice e funzionale che mise subito in atto.

"Posso telefonare per chiamare un taxi?", domandò in tono compito avviandosi verso l’apparecchio che aveva già individuato.

Rufus Gardner aveva avuto il tempo di calmarsi e un dubbio s’era fatto strada nella sua mente. Forse la ragazza non aveva fatto nulla per incastrarlo e le cose erano andato come erano andate non per sua colpa. Forse anche lei era rimasta vittima di quell’impiccio inspiegabile esattamente come lui. E se questa era la verità, la faccenda si faceva ancora più complicata e spiacevole.

La guardò dirigersi con passo determinato all’apparecchio: chiaro che voleva andarsene, che ne aveva abbastanza di lui e della situazione e non poteva darle torto. Ma non poteva andarsene senza che la situazione fosse in qualche modo chiarita.

S’incantò per un momento a guardarla: vista da dietro, era deliziosa. Snella, vita sottile, gambe che facevano sognare e un modo di muovere i fianchi che dava il capogiro. Assolutamente deliziosa. Non fosse stato che la odiava per l’impiccio in cui si trovava per causa sua, magari l’avrebbe invitata a cena.

"Prima di andartene dai un’occhiata ai giornali."

"Perché dovrei leggere il giornale?" La sua perplessità sembrava sincera.

"C’è una notizia che ti riguarda. O meglio, riguarda entrambi."

Le porse uno dei giornali indicandole l’articolo: era uno di quelli con la foto e Caroline come prima cosa notò quella foto.

"Perché sono sul giornale?"

"Leggi l’articolo e lo scoprirai."

Qualcosa nel tono di Rufus convinse Caroline ad abbassare lo sguardo e a cominciare a leggere e subito, alle prime parole, si fece pallida e smarrita. Rufus, che l’osservava attentamente, non ebbe dubbi: non si trattava di una scena. La ragazza scopriva in quel momento di essere sposata con lui e la cosa oltre a sorprenderla non sembrava farle nessun piacere. Al contrario. Quando alzò lo sguardo su di lui sembrava sul punto di sentirsi male e non per la gioia.

"Che significa questa buffonata?"

"Buffonata, dici?"

Chissà perché il termine e il modo in cui lei lo guardava, come se fosse stato un alieno dall’aspetto ributtante, lo irritarono, Fino a quel momento anche lui aveva giudicato la faccenda una buffonata ma non gli andava che fosse lei a dirlo. E poi perché guardarlo in quel modo? Sposarlo era il sogno di molte donne ma sembrava che Caroline Grant non la pensasse a quel modo....

"Perché una buffonata? Il matrimonio è una cosa seria sempre e comunque. Mi meraviglio che una ragazza come te, un’insegnante di disegno, possa nutrire ed esprimere idee da militante di sinistra. Senza contare che le militanti di sinistra sono da lungo tempo fuori moda."

Carolinenon si prese la pena di rispondere. Sfogliò un altro giornale e un altro ancora finché non si fu convinta con quanto leggeva era vero: lei e l’energumeno in pantaloni grigio topo e camicia bianca erano marito e moglie.

"Creo di aver bisogno di bere qualcosa", disse alla fine con un filo di voce.

Per la prima volta da quando aveva aperto gli occhi quel pomeriggio, Rufus provò simpatia per lei, Annuì e andò a prendere la bottiglia dello scotch. "anch’io sento il bisogno di bere qualcosa."

Bevvero e dopo un lungo silenzio Caroline disse, "Non ricordo nulla di ieri notte. A un certo punto tutto si fa buio e la mia mente non va più avanti. Ricordo di aver bevuto un cocktail molto buono che si chiamava Coucou. Ricordo che ero allegra e stavo bene e ricordo che abbiamo parlato insieme. Mi pare che abbiamo anche ballato e poi... non ricordo più nulla. E’ come avere un buco nel cervello e la sensazione non è affatto gradevole."

"Come ti capisco."

Sedevano vicini come vecchi amici e quello era il momento giusto per parlare del divorzio. Ma si stava così bene a chiacchierare che Rufus decise di aspettare.

"Mi chiedo come mai, quando mi sono svegliata, ero seminuda. Suppongo sia stato lei a spogliarmi"; Caroline sporse le labbra un paio di volte. Quello che le passava per la mente non le piaceva affatto.

"Non saprei", rispose Rufus stringendosi nelle spalle, "Magari l’hai fatto tu per stare più comoda."

"Avrei una domanda da farle."

"Sì?"

"Per caso abbiamo dormito nello stesso letto?"

"Quello nel quale ti sei svegliata è il mio letto e io ho l’abitudine di dormirci", rispose Rufus e annuì, come per confermare le sue stesse parole...