Il racconto del mese
di
MariaGrazia Transunto


Rosita e la pistola



Fu l’odore a ricordarle che doveva liberarsi della pistola. La prese e la lasciò cadere nella borsa. Il rumore secco della cerniera che si chiudeva risuonò nel piccolo ingresso e l’appartamento le rimandò l’eco di quel suono trascurabile ma definitivo.
Rosita indossava un tailleur color seppia dal taglio classico e sandali con il tacco alto. Era piccola, magra, gli occhi erano scuri e malinconici in un viso aguzzo dall’espressione solitamente maliziosa e gentile. Ma non quella mattina. In piedi e perfettamente immobile, stringeva tra le mani la borsa e guardava la porta di casa con espressione spaventata. Poi si girò verso lo specchio e il viso che la guardava le parve quello di un’estranea. Niente di nuovo, era così da molto tempo: sorrise rassegnata alla donna che non riconosceva. Se fosse riuscita a non sentirsi soffocare ogni volta che tirava il fiato avrebbe sopportato meglio ogni cosa, anche il fatto di non riconoscere se stessa.
Uscì dall’appartamento. La morsa alle tempie era fastidiosa ma non insopportabile. Non quanto la difficoltà di respiro. Per distrarsi dal senso di malessere si concentrò sulla pistola. Doveva liberarsene.
Era una bella mattina di primavera come ne capitano di rado, a Roma. Il cielo era terso e sembrava che l’abituale cappa di smog si fosse nascosta chissà dove, lontano, oltre i sette colli.
Rosita camminava sul largo e sconnesso marciapiede sotto i platani, calpestando la lanugine delle infiorescenze che aveva formato un tappeto biancogrigio sull’asfalto. Ascoltava il suono dei propri tacchi scandire il ritmo di un oscuro motivo senza senso. La borsetta le batteva contro il fianco a ogni passo e la presenza della pistola all’interno le procurava una sensazione di benessere che non sentiva la necessità di spiegarsi.
Camminava guardando diritto davanti a sé. Non aveva preso la macchina ma adesso si pentiva di quella passeggiata senza una meta precisa, tra i fiocchi biancastri che volteggiavano pigri nell’aria, i mucchi di immondizie dal tanfo penetrante abbandonati lungo i marciapiedi, in mezzo alle tracce di urina e agli escrementi dei cani che imbrattavano l’asfalto di uno dei viali più eleganti della città.

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