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Gene imprecò, schiacciò tra le dita il pacchetto vuoto
e lo scaraventò nel portacenere mancandolo.
Per dimenticare la voglia di fumare cercò di concentrarsi sul
vecchio film che la televisione stava trasmettendo... sentì che
non avrebbe resistito a lungo.
Non aveva voglia di uscire. Il pensiero della strada deserta nel buio
là fuori le procurava un senso di malessere.
Ma, se non avesse fumato, sentiva che non sarebbe riuscita ad addormentarsi
e allora, tanto valeva affrontare subito il mostro che l’aspettava nel
buio... fece una boccaccia a se stessa guardandosi nello specchio del
piccolo vestibolo mentre prendeva la giacca e se la buttava sulle spalle,
quindi uscì sentendosi molto coraggiosa.
Guardò da un lato all’altro della strada: risentì le minacciose
parole di Gadwell. Assurde, ridicole ipotesi da lui formulate con l’unico
scopo di spaventarla a morte e lei era una sciocca a continuare a pensarci.
La luce fioca di un lampione brillava in fondo alla strada ma Gene doveva
andare nella direzione opposta. Da quella parte non c’erano luci.
La strada era deserta. Si costrinse a lasciare il riparo del portone
e s’incamminò al centro della via, le braccia rigide e tese lungo
i fianchi sotto la giacca di lana.
Girò l’angolo dove la stradina si univa a un vicolo situato più
in basso e per un momento poté scorgere la luce del tabaccaio
laggiù, in fondo alla discesa che aveva di fronte.
Stava camminando verso il fiume... era lungo il letto del fiume che
il quartiere in cui viveva era stato costruito in fretta e furia in
un tempo incredibilmente breve.
Stava guardando la luce del tabaccaio quando questa all’improvviso si
spense e Gene ebbe di fronte il buio compatto di una notte senza luna.
La vecchia Ethel aveva chiuso, per quella sera. Non era questone di
orario. Le piaceva dire a chi aveva voglia di ascoltarla che era allergica
agli orologi e chiudeva quando, dopo l’ultimo cliente, era passato un
tempo abbastanza lungo per indurla a credere che non ne sarebbero arrivati
altri e così capitava che una sera chiudesse alle undici e quella
successiva alle otto.
Gene si mise a correre ma arrivò troppo tardi. La porta era sbarrata.
Vide una lama di luce provenire dal retro del negozio... bussò
contro il vetro, la tendina venne sollevata e la vecchia Ethel comparve,
già mezzo svestita: i lunghi capelli tinti penzolanti in ciocche
ispide ai lati del viso.
"Mi serve soltanto un pacchetto di sigarette... Sono rimasta senza".
La vecchia Ethel conosceva Gene da quando era nata e non l’aveva mai
trovata simpatica: troppo bella e troppo civetta. Quando suo marito
era ancora vivo, in certi momenti la odiava per il modo in cui la guardava.
Se al di là del vetro ci fosse stata un’altra persona, avrebbe
aperto. Ma c’era Gene, Ethel non avrebbe mai fatto un piacere a Gene.
Le fece segno di andarsene dicendo, "Domani".
"E’ questione di un attimo. Invece di parlare potreste darmelo..."
Dovrei togliere il catenaccio, riaccendere la luce, richiudere... troppo
disturbo. Quando il negozio è chiuso, è chiuso."
La tenda ricadde e Gene si voltò, delusa.
Avrebbe dovuto tornare a casa senza sigarette oppure raggiungere l’altro
tabaccaio, parecchie strade più in là, dall’altra parte
del viadotto.
Il viadotto, solido sottopassaggio di cemento, era piuttosto lungo e
sempre buio, anche di giorno. Quel viadotto le aveva sempre dato i brividi,
anche prima della folle paura che la parole di Gadwell le avevano instillato.
Inutile sperare che in giro ci fosse qualcuno e nel sottopassaggio regnavano
le ombre più
fitte almeno finché non si arrivava in prossimità dell’uscita,
dall’altra parte.
Gene riprese il cammino con riluttanza e prima di affrontare la bocca
buia che le si spalancava davanti tirò un profondo sospiro.
...Non pensò neppure un momento che sarebbe potuta tornare indietro:
una forza estranea la spingeva verso il suo destino e il suo destino
passava per il sottopassaggio.
L’eco dei passi echeggiava contro la volta di cemento, adesso camminava
più spedita, i suoi occhi sbarrati erano enormi, nel buio.
Finalmente poté scorgere il chiarore vago dell’uscita, lontano.
Respirò a fondo, rendendosi conto che fino a quel momento aveva
trattenuto il fiato. L’oscurità era sempre fitta ma l’eco dei
suoi passi cominciò a disperdersi e l’aria si fece meno pesante...
Mentre si affrettava, vide qualcosa con la coda dell’occhio. Per nessuna
ragione, o per quelle infinite ragioni che inducono lo sguardo a posarsi
là dove sembra non ci sia nulla da osservare... E la gola le
si chiuse. Da quella parte le pietre dovevano essere bagnate come a
volte succede nelle gallerie, uno filo d’acqua probabilmente scorreva
giù da una crepa. Perché aveva scorto un riflesso, un’iridescenza
improvvisa, una scoloritura simile alla lama di un coltello, una lama
allungata e immobile, luccicante nell’ombra.
S’era lasciata alle spalle la cosa e non si voltò: temeva che,
se avesse guardato meglio i suoi nervi avrebbero ceduto.
Ancora pochi passi e il cielo notturno tornò ad aprirsi sopra
di lei. Il ritmo uguale dei suoi passi si confuse con il respiro affannoso.
Si fermò soltanto quando scorse, oltre la curva, il riquadro
pallidamente luminoso del negozio. Come le parve bello, con la vetrina
foderata di rosso e la merce esposta... come suonò amichevole
lo scampanellio rauco quando spinse la porta... e che bel posto era,
rassicurante e accogliente con il suo odore di tabacco, carta, matite!
Il vecchio proprietario alzò la testa dal giornale che stava
leggendo. La conosceva di vista e ammirava la sua bellezza solare. Commentò
gentilmente:
"Non dovreste uscire così tardi, signorina, con un assassino
che se ne va intorno... Non è prudente."
Adesso che era di nuovo al sicuro si sentiva coraggiosa e non avrebbe
certo confessato fino a che punto aveva avuto paura. Fece scorrere la
punta delle dita sull’orlo del banco:
"Cosa può accadermi?"
"Possono accadere molte cose."
Gene cercò di prolungare il piccolo acquisto il più possibile...
Finché fosse rimasta avrebbe goduto della luce, della compagnia
di un’altra persona. Fuori l’attendeva il buio.
"Che bel gatto..."
"L’avete già visto altre volte, ricordate?"
"...Sì, certo... Devo averlo già visto. Bene. Grazie
e buonanotte".
Posò il denaro sul banco.
"Buonanotte, signorina."
Il campanello trillò ancora, ma stavolta le parve un suono disperato...
Una specie di addio e lei fu di nuovo sola, nel buio.
Ora che aveva le sigarette la pazza voglia di fumare che l’aveva spinta
fino laggiù s’era come per incanto dissolta.
Gene intascò il pacchetto sentendosi una sciocca. Avrebbe dato
non uno ma mille pacchetti di sigarette per essere rimasta a casa al
caldo, al sicuro.
La luce del negozio scomparve dietro di lei... Proseguì con passo
normale finché non ebbe di fronte l’arco oscuro del sottopassaggio.
La volta della galleria prese a inghiottire il cielo levandosi minacciosa
come una nera montagna... Era di nuovo sotto la volta di cemento e il
rumore dei suoi passi echeggiava lugubre nel silenzio profondo...
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