Tratto da
Ultimo amore
di
Anonymous

...L'uomo e la donna sedevano sotto il portico. La donna sulla sedia a dondolo, l'uomo sullo scalino ai piedi di lei.
Era il tramonto e il sole, basso all'orizzonte, faceva brillare il lago poco lontano come una lastra d'argento.
L'uomo e la donna fissavano la strada polverosa che andava verso la citta'. Non parlavano. Ma il filo dei loro pensieri era il medesimo e li univa piu' di mille parole. Quel filo conduceva entrambi lontano, la' dove si era rifugiato l'oggetto del
loro amore, che era per entrambi il piu' doloroso ma anche il piu' bello. Perche' era l'ultimo...

 
"E' un nome strano, Psyche. Perche' mi hai chiamata cosi'?"
"Perche' Psyche era cosi' bella che Amore si innamoro' di lei.
Volevo che mia figlia fosse altrettanto bella e sono stata accontentata. Puoi sopportare il peso di questo nome insolito ma adatto a te", rispose Denise accarezzando con gli occhi i meravigliosi capelli della figlia. Capelli magici,
lunghi e morbidi, biondi come la luna della quale avevano i riflessi argentei.
"Davvero sono bella?", domando' Psyche con civetteria ingenua, chinandosi sui fiori che stava raccogliendo.
"Sei bellissima e io ti adoro," rise Denise afferrandola per i capelli e costringendola a girarsi verso di lei.
Incontro' subito lo sguardo diretto degli occhi limpidi tra le ciglia scure. Occhi ingenui di bambina: Psyche aveva compiuto sedici anni il mese prima.
Sotto quello sguardo pulito il cuore di Denise si strinse per l'angoscia come ormai le capitava sempre piu' spesso. E il peso del futuro ignoto gravo' su di lei.
Che ne sarebbe stato di Psyche cosi' bella, giovane e fragile?
Chupa non era posto per lei. Per lei ci sarebbe voluta una grande citta' dove avrebbe potuto andare all'Universita', conoscere persone diverse, fare le sue esperienze buone o cattive che fossero. Denise sognava Parigi per la figlia, dopo averla sognata inutilmente per se'. Un sogno inutile e quindi doloroso, perche' non sarebbe stato possibile per Psyche lasciare Chupa, cosi' come non era stato possibile per lei. C'era Bernard cui pensare, e la Papeterie-Tabacs de la Place da mandare avanti.
Denise si domando' se avrebbe avuto il coraggio di separarsi dalla figlia, avendo la possibilita' economica di mantenerla lontano da quel posto desolato e si rispose che si', avrebbe trovato quel coraggio... anche se quella separazione avrebbe significato perdere l'ultima ragione di vita che le era rimasta.
"Tu sei bellissima", rispose Psyche in tono convinto, guardando con ammirazione evidente Denise. "Quando ti guardo mi sento cosi' scialba e misera al confronto..."

Denise era bruna quanto la figlia era bionda. I capelli che in quel momento erano nascosti dall'ampio cappello di paglia erano neri, inanellati e morbidi. La pelle del viso manteneva la sua compattezza d'avorio nonostante il bruciante sole di Chupa da
cui Denise si difendeva usando massicce dosi di crema protettiva.
I suoi occhi avevano la stessa forma allungata di quelli della figlia, la stessa sfumatura di azzurro eppure sembravano diversi. Questo dipendeva dall'espressione.

Lo sguardo di Psyche era pieno di dolce allegria, c'era in esso una trepida attesa che lo faceva brillare come brillano le lampadine colorate ad una festa d'estate. Chi incontrava quello sguardo sapeva subito, se era interessato a scoprirlo, che Psyche
era giovane e intatta come una castagna appena sgusciata fuori dal riccio, che imprigionandola la protegge dalle aggressioni esterne. Le iridi azzurre splendevano e aspettavano... un'attesa di cui il corpo di Psyche era piu' consapevole che non il suo spirito, ancora addormentato del confortevole sonno di un'adolescenza dura a morire.

Diverso era il messaggio che, a volerlo, era dato leggere nello sguardo di Denise. Esso parlava di un segreto tormento angusto e doloroso, dal quale era impossibile fuggire. Una sorta di prigione nella quale Denise aveva smesso di dibattersi, arrendendosi alla condanna che faceva di lei una donna con il corpo di una donna e gli appetiti di una donna, ma avvolta nella desolata solitudine di una monaca di clausura. Una solitudine peggiore di quella, perche' senza la giustificazione della scelta ma sotto il segno di un destino nemico, che l'aveva privata persino della speranza di una vita sessuale.
Gli occhi di Denise brillavano come quelli della figlia, ma la loro luce era accesa da un desiderio antico, da una voglia insaziata che l'abitudine non aveva reso meno dolorosa ma semplicemente inasprito, segnando anche il viso di lei, sopratutto
intorno alle labbra piene e inutilmente generose, di sottili rughe amare nelle quali sembrava annidarsi tutto il peso di un piacere rappreso, aggrovigliato su se stesso. Una sorta di matassa dolente che Denise si portava sempre dietro, come la
palla di piombo ancorata al piede del condannato.
"Che sciocchezze dici", rise ancora Denise che solo con la figlia riusciva a ridere. La sua vita era da un tempo che le sembrava immemorabile un unico deserto sempre uguale. A parte Psyche. Il fiore meraviglioso al quale aveva donato tutto il suo cuore...




...Non lo vide subito: Hubert Kaposvar era in quel momento una sagoma scura, elegante nonostante la mole considerevole, un'ombra nell'ombra di fronte alla quale l'istinto di Denise rimase ottusamente indifferente.
Mille volte in futuro avrebbe ripensato a quella prima impressione cosi' indegna della sua sensibilita'. Qualcosa avrebbe dovuto vibrare in lei avvertendola del pericolo.
Se cosi' fosse stato, forse le difese istintive di cui era come chiunque dotata sarebbero scattate, preservandola dal disastro.
Ma in sintonia con quello melodioso della porta, nessun campanello d'allarme era stato azionato dall'ingresso dell'uomo che avrebbe sconvolto la sua vita. E il sorriso che gli rivolse fu il sorriso indifferente e professionale che era
solita rivolgere a qualsiasi cliente, "Desidera?"
"Una scatola di Havane."
"Non abbiamo Havane. Mi dispiace."
"Allora delle sigarette. Una marca qualsiasi."
Fu la voce ad attirare per prima la sua attenzione: Hubert parlava lentamente, con lo strano accento che denuncia i senza patria. Avrebbe potuto essere indifferentemente russo, francese, arabo e mescolare insieme parole di cento lingue diverse, tutte conosciute in maniera superficiale, attraverso l'uso e la necessita' di farsi capire in paesi sempre stranieri.

Il timbro di quella voce era profondo e pigro come l'acqua di un fiume africano. Sulla scia di quella voce Denise alzo' gli occhi e incontro' lo sguardo.

Fu come essere attraversata da una scarica ad alto voltaggio che la lascio' impietrita.

"Fanno undici franchi e cinquanta", disse meccanicamente distogliendo gli occhi e muovendo un passo verso la cassa.
Venne bloccata dalla mano di Hubert che si poso' sulla sua, afferrandola stretta e rigirandola verso l'alto cosi' che i due palmi combaciarono l'uno contro l'altro.

Avrebbe dovuto ritirare la mano, ma non le venne in mente.
"Aspetta. Non ho finito", disse lui attirandola a sé.
Si trovo' con la vita premuta contro il banco. Aveva la gola secca e le tremavano le ginocchia.
"Che altro?"
"Qualche informazione. Sono senza lavoro. Forse sai dirmi a chi posso rivolgermi... Sono disposto a fare qualsiasi cosa. Sono un tipo adattabile."
Denise si strinse nelle spalle e scosse il capo mentre risentiva la voce di Bernard, suo marito... non puoi farcela da sola. E poi, gli affari vanno bene. Perche' non assumi qualcuno che ti dia una mano?
"Non e' facile trovare lavoro, a Chupa. Potresti avere maggiori possibilita' in citta'. Sono quaranta miglia, da qui".
Non avrebbe assunto quell'uomo. Non sapeva nulla di lui. Non si sarebbe lasciata convincere a prenderlo con se' nella gestione dell'emporio.
"Non ho intenzione di fare altre quaranta miglia e poi ne ho abbastanza delle citta'... ho bisogno di riflettere, di rilassarmi, capisci cosa intendo? Chupa e' il posto dove un uomo puo' fare tranquillamente il punto."
"Da dove vieni?"
Hubert fece un gesto vago, indicando il nord, dalla parte dell'oceano.
Denise sapeva che veniva dal mare senza che lui lo dicesse in modo esplicito. Del marinaio aveva l'andatura solo apparentemente malferma come se fosse appena sbarcato a terra, la pelle bruciata dal sole, lo sguardo vivido e penetrante di chi e' abituato a scrutare orizzonti lontani.
"Ti annoierai presto, a Chupa."
"Io non mi annoio mai."
"Qui imparerai a farlo," insistette Denise con una risatina sciocca.
La sua mano era sempre imprigionata in quella di lui. Cerco' di liberarla, ma Hubert la trattenne.
"Sei sola, qui?", indico' con un gesto l'emporio vasto e silenzioso.
"Ho un marito e una figlia."
"Dov'e' tuo marito?"
"E' malato."
"Non puo' aiutarti?"
"Non puo' aiutarmi."
"E tua figlia è troppo giovane per farlo, naturalmente."
"Naturalmente."
Si scrutarono, valutandosi.
Tutto scorreva liscio e facile... la stava portando dove aveva deciso di portarla dal momento in cui era entrato...
Qualcuno doveva avergli parlato della sua condizione di donna praticamente sola, oppressa da un'attivita' troppo pesante per le sue spalle. E lui aveva bisogno di lavoro... ancora qualche secondo e le avrebbe chiesto di assumerlo. Solo che lei non aveva nessuna intenzione di accontentarlo. Non lo conosceva. Non si fidava di lui.
"Dev'essere faticoso, per te, mandare avanti l'emporio," si guardo' attorno alzando lo sguardo sugli scaffali polverosi, ingombri di merce accatastata alla meglio fino al soffitto alto, guarnito qua e la' di ragnatele.
"Posso farcela."
"Non dico di no. Ma quella roba e' stipata male, rischia di
cadere."
"Pero' non cade."
"Ti ci vorrebbe un uomo che non si tirasse indietro di fronte alla fatica. Uno che avesse voglia di lavorare..."
"Uno come te?"
"Precisamente."
Ecco che c'era arrivato.
"Mi stai proponendo di assumerti?"
"Non te ne pentirai."
"Non e' nei miei programmi fare delle assunzioni. Non in questo momento."
"E quando, allora? Quando tutto questo sara' andato definitivamente in malora?"
Come si permetteva di parlarle in quel modo? Ora avrebbe detto qualcosa che gli avrebbe fatto capire che stava esagerando... cerco', ma non le venne in mente niente.

La sua mano era sempre li', avvolta in quella grande e calda di lui che adesso le accarezzava con il pollice l'avallamento profondo al centro del palmo. Avanti e indietro, con ritmo sempre uguale. E Denise senti' la sensazione di quella carezza raggiungere il polso e poi salire lungo il braccio e la spalla fino a raggiungere i capezzoli che s'irrigidirono all'interno del reggiseno pesante e duro come una corazza.
"Ti faccio una proposta. Mi ascolti?"
"Ti ascolto."
"Prendimi in prova per una settimana."
"Una settimana?"
"Se allo scadere della settimana non sarai soddisfatta, tanto peggio. Cerchero' lavoro da un'altra parte. D'accordo?"
Non era d'accordo... non poteva, non voleva essere d'accordo. Chi era quell'uomo, perche' voleva introdursi di prepotenza nella sua vita?
Ma una strana debolezza s'era impadronita di lei.
Vittima di un improvviso sdoppiamento si osservo' mentre annuiva, vinta dalla sua forza. Si senti' rispondere senza convinzione, "Sono d'accordo."
"Mi chiamo Hubert Kaposvar", lui disse e Denise annui'...

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